La libertà dell’arbitrio. Da Platone, a Dante fino a Evola attraverso la scienza dello yoga

La libertà dell'arbitrio. Da Platone, a Dante fino a Evola attraverso la scienza dello yoga

Un viaggio appassionante, quello intrapreso da Giovanni Fulci nel suo “La libertà dell’arbitrio – Da Platone a Dante fino a Evola, attraverso la scienza dello yoga”.

Come dichiarato sin dal titolo, lo scrittore indaga sul concetto di libero arbitrio nella storia della filosofia occidentale, con “gli occhiali” della sapienza (in fondo, l’unica vera “scienza”) yoga, stabilendo una connessione con la millenaria cultura indovedica: dalla “postazione” orientale, punto di osservazione privilegiato dell’autore, Giovanni Fulci costruisce un “ponte” – solido e credibile, a parer nostro – fra Oriente ed Occidente.

Il testo, per quanto voluminoso, è appassionante, nella ricostruzione puntuale dei “frammenti di verità” presenti nel corpus dell’intero pensiero filosofico occidentale, che finiscono tuttavia per essere decisamente meno organici e coerenti della “luce” – coerente e sistemica – promanante dalla sapienza orientale.

Da sempre, i maggiori esponenti del pensiero occidentale (dall’antichità greca ad oggi) sono carenti – in grado più o meno elevato – poiché, definendo il libero arbitrio, tralasciano di tenere in considerazione le intuizioni concettuali dei pensatori pregressi: in qualche modo, questi – non di rado – veri e propri “mostri sacri” (Platone, Aristotele, Cartesio, Kant, Hegel…) agiscono come chi, volendo costruire un palazzo, si ostini ad abbattere e ricostruire quel che – di valido – prima di lui è stato edificato.

Attraverso una narrazione lucida e organica, lo scrittore mostra come il pensiero occidentale stenti – essendo pervenuto ad una visione antropocentrica in luogo di quella comunitaria greca – ad ammettere – come fa invece lo yoga – che «è il condizionamento che determina l’agire o il pensare, che, in fin dei conti, è semplicemente una forma di azione più sottile; così l’agire ripetuto determina il carattere e, infine, il carattere determina il destino.

Il destino, dunque, esiste solo come risultato del carattere, una sua cristallizzazione, un suo indefettibile effetto; sebbene il destino non sia direttamente modificabile, l’uomo può, a differenza dell’animale, modificare il proprio carattere e, tramite questo, può indirettamente modificare, o anche stravolgere, il proprio destino».

Giovanni Fulci riesce a sintetizzare efficacemente una complessa e sfaccettata storia del pensiero occidentale – esaminata attraverso la sensibilità indovedica – con una naturalezza disarmante, instillando nel lettore – anche in quello “a digiuno” di filosofia e/o di cultura indiana – crescente curiosità e irrefrenabile volontà di approfondimento.

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