Intervista a Francesco Testi Scrittore

Dopo aver letto il libro “Tentò ancora una volta”, l’autore Francesco Testi ha risposto così alle nostre domande.

Partiamo dal titolo: cosa – il protagonista, supponiamo – tentò ancora una volta?

Cambiare. Mariano è un airone tutto imbrattato di petrolio, come direbbe il mio grande ispiratore Houellebecq. E’ un essere creativo tutto impegnato a creare se stesso, e ci riesce attraverso la stesura del libro… Mentre lo scrivevo ero convinto che Mariano fosse inguaribilmente dissociato. Oggi so (anche grazie al Dott. Bruni, uno dei più grandi psicanalisti del mondo) che rappresenta soltanto la dualità dell’essere umano.

Quanto pensi sia diffuso il disagio di Mariano Scartabellari nella società di oggi? Esiste, a tuo modo di vedere, un modo per farlo venire alla luce e sanarlo, a livello del singolo e della collettività?

Il disagio di Mariano è il disagio di ognuno di noi di fronte a una società che non ci rispecchia. Il suo linguaggio è brutale e caustico, spesso intriso di luoghi comuni scoperecci. Ma nel corso del romanzo è facile innamorarsi di lui, non soltanto perché è politicamente scorretto, ma perché come succede in “Arancia meccanica”, a mano a mano diventi cosciente che la sua violenza verbale è nulla rispetto a quella esercitata dal pensiero dominante, bigotto e intollerante nel midollo. E allora, l’immoralità di Mariano non è altro che la somma delle sue lacrime non versate. Un pianto congelato che gli ha sempre impedito di cercare se stesso, qualunque cosa significhi. E’ per questo  che porta il suo cuore, come diceva Canetti, da un Autunno all’altro, finché non cade insieme alle foglie… Non conosco rimedi a tutto questo. Se non appunto il grande dono dell’arte.

Il protagonista sembra intrappolato nella tensione fra ciò che “deve” fare per rientrare nel “sistema” sociale (lavorare nella metropoli) e ciò che intrinsecamente sente (isolarsi a Cuoreverde, il paese natìo, ed in generale a più stretto contatto con la natura scevra da antropizzazione): è corretta una simile lettura?

In parte sì. Ma anche Cuoreverde dopo un po’ lo soffoca… Certo, le parole “intrappolato nel sistema” lo inquadrano bene… Ma non si sfugge alla minestra, e ci siamo tutti dentro ormai: “L’umanità s’è arrampicata su un grattacielo e si paralizza quando guarda giù. Il mondo si autodistrugge. Il futuro è un precipizio e il passato è cancellato. Siamo tutti intrappolati nella piattaforma su cui siamo saliti, senza saperne ridiscendere…” (FREDERIC  BEIGBEDER)

Mentre per buona parte del volume la narrazione prosegue in maniera fascinosamente lenta, verso il finale hai dato una brusca sterzata alla vita di Mariano: hai forse sentito che un’esistenza così sofferente fosse troppo da sopportare anche per il tuo protagonista?

Nel finale Mariano diventa poeta, semplicemente. Il suo stile si fa onirico fino alla psicosi. Comprende che di dolore, si vive. Non nel senso masochistico ovviamente, ma puramente romantico: il vero mestiere di vivere è saper soffrire. Che poi significa amare, forse…

Il tuo è uno scritto che trasuda ironia, sarcasmo, intemperanza, frustrazione, in continua dicotomia fra voglia di vivere e rassegnazione alla morte: quanto credi che le suddette “armi” siano efficaci nel combattere il “male di vivere”?

Non mi ricordo più chi ha detto: finché puoi ridere di una cosa, la puoi anche cambiare. E’ proprio così, l’ironia ti salva la vita. Giocare, prendersi in giro… Ricreare la giusta distanza tra te e la dura realtà. Ma tutto fa brodo quando si scrive, Mariano lo sa bene. La sua è una mente addestrata all’universale, è questo il suo segreto: qualunque cosa gli accada, anche la più orribile, lui sa che è tutta materia per un romanzo!

Hai altri lavori nel cassetto? Se sì, puoi darci qualche anticipazione?

Sto lavorando a qualcosa di terribile. Nel senso buono, naturalmente. Qualcosa per cui Orwell se la ride, da qualche parte…

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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