Intervista a Giovanni Fulci Scrittore

Dopo aver letto il suo libro “La libertà dell’arbitrio – Da Platone a Dante fino a Evola, attraverso la scienza dello yoga”, lo scrittore Giovanni Fulci ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, da cosa nasce la tua passione per lo yoga e più in generale per la cultura indovedica?

Il mio percorso verso lo yoga è stato probabilmente atipico. Nasce dallo studio della filosofia e dalla psicologia e in particolare di alcuni autori che avevano saputo guardare alla sapienza orientale, penso a H. Hesse, C.G. Jung o J. Evola, giusto per citarne alcuni. Tuttavia, ho realizzato abbastanza presto che, per capire quella filosofia, non bastava uno studio da occidentale ma era necessaria un’immersione completa che poteva avvenire solo attraverso l’adesione ad una cultura nativo-orientale, se mi si passa questo termine. L’incontro con il Centro Studi Bhaktivedanta (CSB) e con il suo fondatore, Marco Ferrini, è stata una conseguenza di questa realizzazione. Dallo studio della filosofia e della psicologia indovedica presso il CSB, è poi iniziata a sorgere la necessità di sperimentare la pratica dello yoga che, non ho vergogna a dirlo, fino a non troppi anni fa consideravo l’espressione di un certo pseudo anticonformismo un po’ hippie, ma sostanzialmente vuoto.

In cosa la tua vita è cambiata, da quando ti sei confrontato con un’idea di vita ed una saggezza così diverse dalla nostra?

Anzitutto sono diventato vegetariano. Non di colpo, è stato un processo di diversi anni con un lungo periodo in cui essere vegetariano mi provocava molto disagio nelle situazioni conviviali. Non perché me ne vergognassi ma perché, in alcune occasioni, capivo di mette in difficoltà l’ospite. In realtà, avevo un forte condizionamento, dovuto alla mia educazione, che mi faceva considerare estremamente scortese rifiutare del cibo offerto. Credo ancora che non si debba mai rifiutare del cibo offerto, tuttavia, ci sono gerarchie anche fra valori o fra diritti e, in quest’ottica, ho realizzato come la vita e il benessere degli esseri viventi fosse un valore enormemente superiore a quello dell’eventuale scortesia nei confronti dell’ospite che ti offre del cibo. Può sembrare un cambiamento banale, in realtà, la scelta di alimentazione vegetariana cambia la vita in modi che sono inimmaginabili, o almeno che io non avrei mai immaginato: maggior lucidità mentale, stabilità emotiva, capacità di concentrazione, ecc… tutti effetti noti nella letteratura dello yoga e che posso dire di aver sperimentato personalmente.

Come mai, fra le tematiche raffrontabili, hai scelto proprio quella relativa al libero arbitrio?

Si tratta di una domanda molto importante, la cui risposta è tutt’altro che banale. Troppo spesso rispondiamo in maniera superficiale a domande di questo tipo quando la realtà è che non conosciamo, o conosciamo in maniera del tutto superficiale, i motivi di una certa azione, incluso lo scrivere un libro piuttosto che un altro. Essendomi già posto e avendo molto meditato proprio su questa precisa domanda, posso dire che, probabilmente, questo libro nasce dalla necessità di rispondere a miei interrogativi infantili. Manipolare è un termine che ha assunto una connotazione negativa, tuttavia, è importante rendersi conto che ogni volta che noi ci relazioniamo a qualcun altro, anche inconsapevolmente, lo stiamo manipolando, è semplicemente inevitabile. Come il voler misurare la velocità di un elettrone ne altera lo stato, così il nostro volerci relazionare con qualcuno produce in lui una alterazione. Se preferiamo utilizzare un termine più neutro, diciamo pure che lo stiamo influenzando. La sostanza non cambia.

I genitori, tutti nessuno escluso, manipolano, o se preferite influenzano, le scelte dei figli. Io ho un vivido ricordo di essermi posto questi interrogativi da fin da bambino: “ho fatto, o non fatto, la tal cosa perché lo “volevo” oppure perché a volerlo erano i miei genitori che mi hanno indotto in quella direzione senza che me ne accorgessi?”. O ancora: “ho fatto, o non fatto, la tal cosa perché lo “volevo” oppure semplicemente per compiacerli o per dispiacergli?”. Erano domande che mi hanno accompagnato per tanto tempo e che per ancora più tempo, senza aver risposta, era scivolate nell’inconscio salvo poi riemergere grazie allo studio e alla meditazione. Sono convinto che tutti i bambini si facciano domande di questo tenore, che tutti i bambini siano naturalmente portati a porsi domande filosofiche e che ognuno di noi abbia quelle domande sepolte, ma ancora vive, da qualche parte. La psicologia occidentale punta molto, a volte anche troppo, alla riscoperta/rielaborazione dei traumi infantili, chiamati spesso “gli irrisolti”. Io credo che, in pecoroso evolutivo, gli irrisolti da recuperare siano anche, e forse soprattutto, quelle domande che abbiamo sepolto.

Quanto è stato difficile provare a “riassumere” le tante sfaccettature dell’antico pensiero indovedico, peraltro corredate da termini trascritti dal sanscrito?

La sintesi non è mai stata il mio forte. Sulla necessità di utilizzare termini sanscriti non ho mai avuto dubbi, fin dalle prime stesure del testo. Tradurli è solo un rischio mentre credo spiegarli nella loro complessità e nelle loro sfaccettature sia un’opportunità per il lettore. La parte più difficile è stata sicuramente quella di cercare le corrispondenze più corrette fra quei termini e quelli usati dai vari filosofi occidentali, dal daimon di Socrate al Sé di Jung, dall’Io empirico di Fichte all’Assoluto di Schelling, dal noumeno di Kant all’Essere di Parmenide, ecc…Un dialogo fra oriente e occidente non che partire da una piattaforma linguistica comune, definita la quale molte differenze scompaiono.

Il tuo volume, pur essendo un coacervo di pensieri complessi, appare molto efficace dal punto di vista comunicativo/divulgativo: come ci sei riuscito?

Anzitutto grazie per il giudizio che spero possa essere condiviso da molti i lettori. L’efficacia, la comprensibilità, la chiarezza sono percezioni soggettive che inevitabilmente dipendono dal lettore. Purtroppo, i filosofi scrivono spesso solo per piacere ad altri filosofi, per compiacere sé stessi o, più semplicemente, per impressionare con la retorica i non-filosofi. Da parte mia ho cercato di tenere sempre a mente un celebre motto del poeta toscano Giuseppe Giusti: “il fare un libro è meno che niente se il libro fatto non rifà la gente”. Credo che questo motto dovrebbe sempre ispirare chi scrive di filosofia, io ho cercato di lavorare in questa direzione.

Pensi che il libro possa essere di pungolo a chi voglia avvicinarsi al pensiero orientale?

Sicuramente lo spero ma il mio desiderio è che avvenga anche il processo inverso, ovvero che i praticanti di yoga riscoprano il valore della filosofia occidentale. Vorrei non soltanto avvicinare alla filosofia orientale gli occidentali che guardano con diffidenza lo yoga, così come facevo anch’io, ma vorrei anche avvicinare alla filosofia occidentale chi conosce quella orientale e guarda con diffidenza ad occidente. Nel libro ho cercato di evidenziare le numerose realizzazioni dei filosofi occidentali che, sovente, sono giunti a conclusioni del tutto simili a quelle dei saggi vedici.

Hai altri progetti nel cassetto? Se sì, quali?

Progetti tantissimi. Attualmente sto lavorando alla revisione di due testi didattici dei corsi del CSB, sul pranayama e sulle fonti della letteratura yoga, ma spero di riprendere presto il mio primo libro, “Il mestiere del leader”, scritto ormai oltre dieci anni fa, rivedendolo profondamente in una diversa prospettiva. Mi piacerebbe anche esplorare quella che R.J. Heurer chiama la psychology of intelligence analysis, mostrando come le qualità di neutralità di giudizio che Heuer chiede agli analisti intelligence corrispondano alle qualità di distacco emotivo, vairagya, ed equanimità, samatva, tanto importanti nello yoga. Proprio in virtù di questa corrispondenza, sono convinto che la pratica yoga possa diventare un utilissimo strumento nella formazione degli analisti, ma per adesso è ancora un’idea da esplorare.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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