Intervista a Matteo Carmignoli Scrittore (libro “Paradiso”)

Dopo aver letto il suo libro “Paradiso”, l’autore Matteo Carmignoli ha risposto così alle nostre domande.

Da cosa deriva la volontà di narrare, in qualche modo anche in questo tuo terzo libro, dei “caduti”? C’è qualcosa di autobiografico in tutto ciò?

Assolutamente sì. Gli elementi autobiografici, anche se ovviamente romanzati e deformati, sono presenti in ogni mio libro. Io considero me stesso e svariate altre persone che ho avuto il piacere (talvolta il dispiacere) di frequentare dei Caduti, termine con il quale indico dei soggetti che si sono ritrovati, come inciampativi, in un mondo che non li rappresenta, in cui non riescono a rispecchiarsi e al quale, per quanto possano sforzarsi e fingere, non riusciranno mai ad appartenere in tutto e per tutto. I Caduti sono note stonate di una melodia che ci hanno insegnato essere perfetta, celestiale, paradisiaca. Essi sono punti di vista differenti… Anticonvenzionali. Come molti dei personaggi ricorrenti di questo mio ultimo libro. Tasselli fuoriposto in un puzzle, in una società rigida e meccanica, governata da regole e tempistiche ineludibili. Nei miei libri, in un modo o nell’altro, cerco sempre di dare voce ai disagi che possano emergere da tale senso di smarrimento dovuto al mancato senso di appartenenza a di superiore cui dovremmo per dovere appartenere, o, perlomeno, ciecamente rispettare come suprema autorità. Questo disagio viene messo in scena mediante i miei personaggi, i “caduti”, presenti in forme e contesti diversi in ogni mio libro. Scrivo di loro… Li metto in scena… Li faccio cantare stonando dal coro, sperando che, prima o poi, loro voce, e quindi la mia, giunga a qualcuno in ascolto.

“Paradiso” ha stretti legami con le tue precedenti opere (“I caduti” e “La ragazza oltre il mare”): hai previsto queste interconnessioni sin da prima di elaborare il testo, o sono venute fuori durante la stesura, quasi “naturalmente”?

Avevo idea fin da subito di scrivere una trilogia guidata da un vago filo conduttore, ma inizialmente il legame fra i tre testi non sarebbe dovuto essere così stretto. Procedendo con la scrittura, a me stesso in primis, Paradiso iniziava ad apparire un caotico puzzle che, posizionando un capitolo dopo l’altro, iniziava a farsi più chiaro. Per marcare maggiormente il nesso fra i tre libri ho ricorso persino ad inserire citazioni tratte dai predecessori, in modo che un qualsiasi ipotetico lettore potesse orientarvisi senza complicazioni. Come avrete notato ho finito per riesumare persino svariati personaggi dai libri precedenti, dando un prosieguo alle loro vicende. Avvertivo le loro storie come incompiute, avevano tutti ancora delle ultime parole da dire, qualcosa di sé da raccontarci.

La scelta di incrociare storie presenti e passate, di fare racconto e “metaracconto” lungo diversi “strati” narrativi, è indubbiamente di complessa realizzazione per lo scrittore; circa il lettore, credi possa risultare di difficile comprensione o pensi possa invece essere di sprone all’esplorazione delle pagine successive?

Non mi fa onore… Ma quando scrivo i miei libri il primo ipotetico lettore che cerco di soddisfare sono io stesso. Ovviamente cerco di essere il più chiaro possibile, ma non per questo posso rinunciare alla mia visione delle vicende umane e al mio conseguente modo di scrivere labirintico dove, metto le mani avanti, spesso mi smarrisco io stesso, vagando a lungo in cerca di un lume che mi indichi la via d’uscita. Ma nel frattempo cerco di arredare al meglio le pareti tra le quali girovago… E spesso proprio questi capitoli apparentemente riempitivi, a mio giudizio, finiscono per essere i più curati, profondi e quindi riusciti.

Alcuni dei personaggi che metti in scena nel libro, per quanto sono affascinanti e sfaccettati, meriterebbero uno spinoff: c’è una qualche speranza di risentir parlare di Adam, ad esempio?

Ad essere sinceri tutto è nato da Adam. Ricordo che da adolescente, la prima volta che tentai di scrivere un racconto, mai terminato per la sua scarsa qualità, vi era un personaggio che, soprattutto per l’estetica, ma anche per il nome, ricordava molto Adam. Inoltre, anche se, mea culpa, temo di non essere riuscito a rappresentare sufficientemente chiaramente, dovrei dire che è “Paradiso” ad essere una sorta di spin-off riguardante Adam, dal momento che questi, come spero si possa notare da svariati indizi disseminati  per il libro, sarebbe l’io narrante del mio primo libro: il professore protagonista de “I Caduti”.

E’ corretto dire che per te il paradiso è il luogo – fisico o metafisico – dove ci si sente assolutamente e completamente liberi?

In realtà nella mia visione il Paradiso è semplicemente quel luogo, quel periodo o quel contesto in cui ci si sente in pace con se stessi.

Ciò non implica necessariamente la libertà. Si può vivere in pace anche lavorando in una fabbrica come i cittadini dell’isola in cui si trova a vivere Diego. Si può vivere in pace frequentando un gruppo di amici o scrivendo libri come fa Carlo. Ma come notiamo nessuno di questi personaggi sperimenta veramente il Paradiso, se non nel grottesco ed estremizzato sfogo del finale del libro, dovendo, ormai, ricorrere alla violenza fisica e psicologica per raggiungerlo.

Se questi personaggi si trovassero veramente nel loro privato “Paradiso” non dovrebbero costantemente ricorrere all’alcool, ai pensieri di evasione dalla realtà, al sesso fine a se stesso, o alla maniacale ricerca di una donna ideale, per riuscire a continuare a portare sulle spalle il fardello di quella vita che gli hanno insegnato, o meglio, inculcato nella testa a considerare la migliore e l’unica possibile. Sono stati addestrati fin dall’infanzia a pensare di vivere in Paradiso.

Hai altri lavori nel cassetto? Se sì, puoi darci qualche anticipazione?

Beh… Avrei delle idee… Stavolta qualcosa di simile ad una raccolta di racconti. Ma non so se e quando questo progetto vedrà la luce. Ogni volta che ho provato a promuovere i miei lavori tali tentativi non sono andati a buon fine, complice una casa editrice che ha fatto poco o nulla per promuovere me ed i miei lavori, quando invece mi ha sempre chiesto non indifferenti contributi economici per la loro pubblicazione.

Ho sempre dovuto tentare di pubblicizzare i miei libri per conto mio, anche a costo di apparire insistente e pieno di me. Talvolta sono stato addirittura offeso ed umiliato, soprattutto su Debaser, da persone che neanche avevano letto i miei tentativi di scrittura creativa. Mi hanno accusato di essere un debole, un fallito ed un imbroglione solo perché ho chiesto ad un amico di pubblicare una recensione un po’ scritta ad arte. Questo mi ha ferito e scoraggiato molto. A quanto pare non ho la tempra…Temo la scrittura non faccia per me… Quindi vorrei abbandonarla. Avevo questa trilogia da portare a termine. Ora l’ho fatto.

Ma non sono riuscito in nessun modo a farmi conoscere, i miei libri sono stati quasi totalmente invenduti e, salvo poche eccezioni, neanche i miei conoscenti più stretti li hanno letti… Comunque sia non nego che scrivere questi tre libri sia stata un’esperienza molto intensa. Mi hanno dato davvero molto… E saranno per sempre, in un certo senso, come dei figli per me.

Purtroppo non sempre i figli possono fare carriera… Ma ciò nonostante sono e saranno la cosa più importante al mondo per me e sarò sempre fiero di loro.

Grazie alla gentilezza dell’autore, e in bocca al lupo!

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