Intervista a Nicola Testa

Dopo aver letto il romanzo “La collera della regina”, l’autore Nicola Testa ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, perché raccontare di un luogo reale e di leggende che davvero si narrano, articolandole in un corpus unitario piuttosto che inventare tutto di sana pianta? Cosa ha di speciale per te l’Abbazia di Lucedio?

Beh, la sfida è stata proprio quella. Avevo visitato l’abbazia, ero rimasto colpito dal suo fascino noir, avevo cercato su internet tutto ciò che la potesse riguardare e ne avevo ricavato una teoria di leggende o frammenti di leggende affascinanti ma scollegati tra loro. E così mi saltò il grillo di trovare un filo conduttore, una “spiegazione” in grado di riunire tutte le dicerie su quel posto in una storia unica e possibilmente congruente. L’idea di costruirci attorno il romanzo è nata solo dopo.

Lo scritto presenta delle trame parallele che poi via via si incrociano, cavalcando una linea temporale di svariati anni: quanto pensi sia accattivante e quanto difficile da seguire, per un lettore non seriale, questo tipo di impostazione narrativa?

In effetti la trama è parecchio complicata e si svolge su tre piani temporali diversi, qualcuno mi ha detto che in 200 pagine ho condensato una trama che ne poteva occupare 500… Per questo, per farmi perdonare questa densità, ho cercato di amalgamare le vicende dei vari personaggi e i loro punti di vista, sempre fornendo al lettore un legame narrativo tra un paragrafo e quello successivo. Per lo stesso motivo a inizio di ogni capitolo ho inserito quelle che scherzosamente vengono definite le note digestive. Rimanendo in campo gastronomico, vedevo il romanzo come un sontuoso pranzo della domenica, gustoso ma non agevolissimo da digerire.

Fra le righe insinui il dubbio che la maggior parte dei tuoi personaggi sia diverso da quello che appare, avendo i propri non detti, i propri “scheletri nell’armadio”, “nodi” esperienziali da cui è stato segnato e che un evento “liberatorio” può sciogliere: è una corretta interpretazione? Quanto, più in generale, detta interpretazione trova riscontro nella vita reale, con persone in carne ed ossa?

In quello che dici ci sono due cose interessanti.

La prima è che nella narrativa, a differenza della saggistica, il non detto è più importante di ciò che viene enunciato esplicitamente. Per me che provengo da una scrittura più tecnica, questo ha rappresentato un ostacolo difficile da superare. Dalla prima stesura alle successive è stato un continuo tagliare e limare, potando anticipazioni e spiegazioni, rimuovendo le ripetizioni e asciugando i dialoghi. Il classico “show don’t tell” predicato dagli anglosassoni, un punto d’arrivo mai banale da raggiungere.

La seconda è il rapporto tra persone reali e i personaggi che a loro si ispirano. Dentro ogni personaggio c’è l’interiorizzazione da parte dell’autore di una persona in carne e ossa, ma a volte una sola persona può generare diversi personaggi. Almeno questo è quello che è successo in questo romanzo. Di più non voglio dire (vedasi quanto espresso a proposito dell’importanza del “non detto”).

La suspence del romanzo risiede principalmente nel tentativo da parte del lettore di capire chi o cosa sia questa misteriosa “regina” che dà il titolo all’intera opera; senza svelare nulla, quanto nel definire la figura della regina e del suo talismano ha inciso la leggenda, e quanto la pura fantasia?

Ho pensato che dovesse essere proprio la misteriosa Regina di Patmos, la protagonista di una delle leggende più astruse e misteriose che circondano l’abbazia, il cuore di tutto. Dunque il lettore durante tutto il dipanarsi delle vicende avrebbe dovuto domandarsi chi o che cosa fosse la Regina. Poi mi piaceva l’idea che la spiegazione fosse legata alla tormentata storia dell’abbazia e del territorio che la circonda, ma anche che ciascun protagonista, a seconda dell’angolatura con cui si pone nei confronti del mondo, avesse lo spazio per formarsi un’opinione propria.

Qual è il fascino di Lucedio, sospesa fra fatti documentati e leggenda, e quanto ti è costato lo sforzo di metterla credibilmente sullo sfondo di un’opera di fantasia? Perché proprio Lucedio e non un qualsiasi altro posto?

In realtà Lucedio è stato il punto fermo fin dall’inizio. Quasi sempre I luoghi sono la principale fonte di ispirazione della mia scrittura, la loro anima genera il mood del racconto. Senza Lucedio non ci sarebbe stata alcuna Regina in collera col mondo.

Hai altri lavori nel cassetto? Se sì, puoi darci qualche anticipazione?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, la vicenda di un migrante in Svizzera che trae spunto dalle mie esperienze personali. Non ci saranno leggende né morti (non da programma, almeno) e la narrazione sarà in prima persona. Sarà un romanzo basato sullo stile più che sulla trama, denso di riflessioni esistenziali e di critica sulla società attuale, tutto in chiave ironica ma anche malinconica. Detto così sembrerebbe un mattone, ma io cerco invece di renderlo il più possibile divertente. Lo spingo ogni volta un passo avanti, rileggendo sempre le ultime cose che ho scritto per non spezzare il flusso della narrazione. Un approccio totalmente diverso rispetto a quello seguito per la collera della Regina, che ha richiesto la stesura di 6 sottotrame sviluppate separatamente e poi intrecciate e amalgamate in seguito. Un lavoro, quest’ultimo, estenuante, molto più faticoso delle fasi precedenti.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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