Intervista a Lorenzo Bernardo Scrittore

Dopo aver letto il romanzo “Il tripode di Delfi”, l’autore Lorenzo Bernardo ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto perché hai scelto quale titolo “Il tripode di Delfi”?

La scelta del titolo è dovuta per ragion di contenuto, ovvero nel medesimo scritto diviso tra sonetti e canti, la lingua rimarcata di un arcaico classicheggiante poteva sembrare ostica al lettore che si avvicina ad un testo che si separa da una poetica neo-realistica contemporanea.

In quel dire aulico, come nei responsi della Pizia sul tripode in Delfi, e tali responsi conosciuti come difficoltosi nella comprensione, avevano bisogno della chiosa dei sacerdoti o del richiedente il vaticinio medesimo; anche per il mio libro, il senso, che vi è, va ricercato con accuratezza nel modo quasi nascosto del dire aulico; un senso che però ineludibilmente non si separa dalla poetica.

La scelta di un linguaggio aulico se non desueto a cosa è dovuta? Pensi forse che certi contenuti possano esser veicolati solo attraverso siffatta modalità o è pura volontà stilistica?

Forse, molto semplicemente potrebbe apparire come una vanità dello scrittore, un lago di Narciso in cui piacersi, ma nel mio linguaggio vi è un richiamo, molto più preponderante che di una vanitas, alla bellezza stilistica, perduta con il neo-realismo letterario che ebbe il suo apice con Pasolini, e che ha fatto perdere quella grandezza della lingua italiana che solo il d’Annunzio ha saputo esperire in tutti i suoi testi, e nel modo più piacevole, se non estatico, più di chiunque.

Da cosa nasce la passione per la mitologia e per il lessico classico?

Il classico è una pietra angolare sicura del tempio della conoscenza. Nel classico non vi sono dubbi di bellezza, nel classico la bellezza è il modo d’essere, e in esso vi è un costrutto quasi platonico del bene come Idea dell’Iperuranio.

Però nel classico, adornato di miti, e i miti medesimi, non sono solo una vanitas letteraria fine a se stessa; difatti il mito è una chiave di lettura degli arcani della Natura, del mondo che circonda il ciclo di questo Cosmo così ordinatamente caotico, nel senso essenziale di generato dal Caos.

Quanto pensi ci sia da recuperare e valorizzare della classicità, intesa non soltanto quale apportatrice di valori etico-morali, ma anche in quanto a ricercatezza e specificità del linguaggio?

Nel mondo di oggi, così veloce e scorrevole, il classico ed “il bel scrivere” potrebbero essere una base solida alla struttura di un nuovo pensiero. La rinascita di uno stato, in tutti i suoi accidenti, può solo sorgere da cittadini che pensano, e il pensiero quale costrutto della mente umana, se bello e se ricercato nel bello letterario fa da sprone alla filosofia, materia, più della poesia, fondante per una società multiculturale che purtroppo è messa alla berlina da un fondamentalismo democratico, dove le leggi di una religione arbitraria, e dico religione in un senso paradigmatico, non permette l’arricchimento linguistico e culturale del cittadino.

Dico cittadino e non popolo, in questo punto, perché guai a fidarsi dei tribuni politici che trattano i cittadini come una massa popolare.

Il classico non deve essere una pretesa per chiudersi ed ovattarsi. Basti pensare che il mondo arabo-islamico grazie ad Averroè ed Avicenna ha contribuito notevolmente uno alla scolastica medievale aristotelica del mondo latino, e l’altro al neoplatonismo rinascimentale.

Insomma ogni mondo ha il suo classico, e l’intero pianeta ha un proprio classico paradigmatico da ricercare nell’insieme dei popoli; popoli fatti da cittadini ovviamente.

Anni fa fu tentata la creazione di una lingua universale, l’esperanto, che tanto attingeva al latino ed al greco antico: pensi esperienze di questo tipo possano contribuire alla vivificazione, alla diffusione e ad un maggiore appeal della cultura classica?

Ogni unione, se letteraria in modo maggiore, aiuta notevolmente quel far fiorire il classico del mondo, e tali esperimenti portati e fecondati anche a livello politico potrebbero fare da spalla ad un unione del mondo sotto l’Idea del bello.

Cosa manca oggi alla formazione affinchè i giovani possano appropriarsi delle loro radici greco-latine e tenerle a mente a mo’ di “faro” nella loro esistenza?

La scuola è di una importanza notevole, ma quella italiana va ripensata, non solo sotto un apporto notevole di investimenti economici. Il professore deve essere una fonte erotica verso l’allievo, nel senso che deve, attraverso la letteratura e la filosofia, condurre alla trascendenza l’alunno.

Bisogna che vi sia una politica del fare nelle strutture d’istruzione, non solo copiare i classici, ma riproporli sotto la soggettiva ottica personale, fino alla costruzione di un componimento, poetico o filosofico, proprio.

Hai altri lavori nel cassetto? Se sì, puoi darci qualche anticipazione?

Ora sto scrivendo un poema in terzine, sempre in endecasillabi, dovrebbe esser formato da una quarantina di canti, costruiti ciascuno con non meno di mille versi. Richiederà del tempo, ma va costruito secondo un’ottica che mi spero possa essere filosofica. Ovvero tra le rime spero che si intraveda oltre all’allegoria il dire filosofico che purtroppo nella ricerca della bellezza aulica a volte va perduto.

Poi sto componendo dei trattati filosofici di stampo esistenzialista, o di quello che io chiamo esistenzialismo metafisico, e vorrei condurli in un unico volume.

Infine vorrei trattare sempre per l’ambito filosofico una indagine, e qui comporre un volume non diversificato nei trattati, ma “a tema”, sulla monade.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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