Intervista a Karl Tenbro Scrittore

Dopo aver letto il romanzo “Nibiru”, l’autore, celato dallo pseudonimo di Karl Tenbro, ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, cosa è “Nibiru” nel volume? Perché questo nome, tradizionalmente legato al “pianeta killer”?

Nibiru è un luogo essenziale nella mitologia della storia e non solo. È il guado per il protagonista e deve decidere se attraversarlo o meno. Qualcuno lo potrebbe vedere come un luogo della sua mente che sta andando completamente in frantumi, una situazione borderline in cui deve decidere se fare un passo indietro e abbracciare il suo dolore o avanzare e dare spazio totale alla sua follia.

Quanto credi sia intellegibile il contenuto del libro? Qual è la “chiave di lettura” più efficace allo scopo?

Non nascondo che ho voluto creare una storia che possa avere più piani di lettura. Mentirei se dicessi che esiste un solo modo di leggerla. Posso indicare di fare particolarmente attenzione ai caratteri utilizzati nelle note a pie’ di pagina e in tutto il testo. Uno di questi caratteri ricorda quello di una macchina da scrivere, quindi è un carattere del passato…

Importanti sono anche gli spazi lasciati nel testo. Se si presta particolare attenzione, si può notare come a volte sembrano disegnare delle lettere in mezzo alle parole.

Da cosa nasce la scelta di inframezzare il testo con pezzi di testo in senso verticale, parole disposte quasi a riempire gli spazi sulla pagina, cancellature, sottolineature e note a pie’ di pagina?

Quando scrivi una storia sai che le parole sono fondamentali per far capire al lettore lo stato d’animo di un protagonista. In questo caso ho però cercato di mettere al centro della storia il lettore stesso. Quel disaggio che prova il protagonista volevo che fosse anche del lettore che è costretto ad abbandonare la lettura lineare per leggere cosa c’è in un riquadro, nel cercare di capire cosa una specifica parola possa significare o nel balzare in fondo alla pagina per leggere una nota che ha l’aria di un’altra storia.

Aggiungo che nulla è lasciato al caso ma TUTTO ha un significato.

Nel romanzo si riconosce chiaramente la figura di una donna, Mia, ma appare fugacemente anche quella di una bambina: è un modo per dire che il ménage familiare può condurre alla follia?

Non credo assolutamente che la vita familiare possa condurre alla follia. Può capitare, come nel caso del protagonista, che un evento esterno – o anche interno – possa provocare un dolore così forte da non essere sopportato né condiviso con i propri amati.

Potresti indicarci quello che per te è il confine fra normalità e malattia, tra sanità e follia, fra pieno e nulla?

Ci vorrebbe uno psichiatra per rispondere a questa domanda (ride)! Posso dire che i sensi di colpa giocano un ruolo fondamentale nella stabilità dell’animo umano. Star male per qualcosa per cui crediamo di aver sbagliato è assolutamente normale, da un lato è anche sano, l’importante è essere consapevoli di ciò e andare avanti superando quel momento di difficoltà senza affogare nelle proprie emozioni e nei propri rimorsi che possono generare quel senso di vuoto, di nulla, all’interno di noi stessi dando poi sfogo a qualcosa che può essere definito come patologico.

Cosa è per te esistenza? E qual è il rapporto con quel nulla che ossessivamente ritorna fra le tue pagine?

Per usare la stessa terminologia del libro mi viene da rispondere che l’esistenza è vivere il quotidiano, non subirlo passivamente. Il protagonista della mia storia ha però una visione distorta di quello che lo circonda. I suoi demoni gli mostrano qualcosa di artefatto, una visione surreale della realtà, generando in lui confusione. Confusione che un po’ alla volta lo porta a sentire quel profondo vuoto che prende il nome di nulla, parola chiave per l’intera storia.

Hai altri progetti editoriali? Se sì, puoi darci qualche anticipazione?

Posso anticipare che il prossimo romanzo sarà un giallo classico… ma senza omicidio!

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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