Intervista a Marilena Fonti Scrittrice

Dopo aver letto i racconti “Belle ombre imperfette”, l’autrice Marilena Fonti ha risposto così alle nostre domande.

Da cosa nasce la necessità di racconti di donne narrati da una donna? Pensi che nel panorama complessivo della narrativa odierna la sensibilità femminile sia forse scarsamente rappresentata?

No, non lo credo. Si è sempre scritto molto sulle donne, anche se, come dico anche nella postfazione ai racconti, in passato erano soprattutto gli uomini a farlo: basti pensare, tanto per fare un esempio, ai  grandi romanzi dell’’800,  da  Madame Bovary a Anna Karenina. Flaubert e Tolstoi scrivevano di donne consumate dalla passione mentre, più o meno negli stessi anni,  scrittrici come Elizabeth Gaskell  descrivevano donne alle prese con i problemi della rivoluzione industriale e le sue conseguenze, oppure, come ha fatto Jane Austen in modo magistrale qualche anno prima, usavano i loro personaggi come pretesto per  descrivere la vita e la società nei villaggi dell’Inghilterra rurale. E in tutto il ventesimo secolo la scrittura delle donne sulle donne è stata etichettata quasi sempre come letteratura femminista, quella maschile come letteratura e basta. Basti pensare a Margaret Atwood,  Marcela Serrano, Angeles Mastretta, la nostra Dacia Maraini, scrittrici che io adoro, ma che sono state e sono lette soprattutto da donne.  Forse un problema di punto di vista? È ovvio e inevitabile che un uomo che scriva di  donne abbia una visione senza dubbio limitata del mondo femminile, anche perché spesso le donne, per timore di non essere accettate per quello che sono realmente, si mimetizzano  e si adattano a persone e circostanze.  Quindi sì, si scrive di donne, ma forse trascurando di rappresentarne la sensibilità. E per sensibilità non intendo quella descritta nei romanzi rosa in cui il lieto fine è  garantito: quello, come ci ha dimostrato il grande giallista  Giorgio Scerbanenco, autore di questo tipo di romanzi all’inizio della carriera, e anche con un discreto successo, possono farlo anche gli uomini. Il problema è che nella vita vera, che è quella da cui traggo ispirazione, il lieto fine è un miraggio spesso irraggiungibile. Anzi, spesso non è neanche un miraggio, ci si accontenta di quello che si riesce a trarre da situazioni sfavorevoli.

Quelle di cui scrivi sono storie di donne non solo “innocenti” e “vittime”, ma anche a loro modo “colpevoli” e “carnefici”; assodato questo punto di vista decisamente oggettivo e per certi versi poco allineato alla vulgata corrente, come reputi l’interpretazione che tanta parte dei media fa circa la condizione femminile attuale e delle connesse problematiche?

Ma le donne sono così: possono essere tutto e il contrario di tutto. Un famoso psicologo, Vittorino Andreoli se ricordo bene, ha detto recentemente che le donne hanno fatto grandi passi  avanti, mentre gli uomini sono rimasti indietro. I passi avanti da parte delle donne di cui parla lo psicologo consistono, secondo me, nell’aver finalmente messo a nudo esigenze, aspirazioni, prerogative. È un processo che va avanti dagli anni ‘60, c’è stata un’evoluzione costante e temo, per chi non è pronto a prenderne atto, irreversibile. L’immagine della donna madre, moglie, regina della casa si è andata sfaldando nel corso degli anni: chi resta legata a quel ruolo immutabile finisce per fare qualcosa di terribile quando rischia di perderlo,  come succede in uno dei miei racconti ispirato al black humour. Diciamo che per quel che riguarda il mondo femminile, forse è meglio non prendere nulla per scontato, altrimenti si rischia di finire in tragedia, come troppi  episodi di cronaca ci ricordano con fin troppa frequenza. 

Colpisce che nei tuoi racconti il problema dell’emancipazione sembra non esser nemmeno tale; si respira piuttosto una volontà di affermazione del proprio sé, indipendentemente dal rapporto con l’uomo: è una interpretazione corretta del tuo scritto?

Sì, è un’interpretazione corretta, e sono molto felice che voi l’abbiate colta. Mi riallaccio alla risposta precedente: le donne non sono tutte uguali e purtroppo, di norma, si tende a generalizzare. Perché lo si fa? Forse perché si tende a semplificare, a livellare, a omologare. E a restare in superficie. La complessità non piace, dà fastidio, crea problemi. Soprattutto agli uomini, ci sono sempre questioni più grandi da affrontare, non ci si può perdere dietro le ‘paturnie’ di una donna. Andare oltre la superficie è fatica, meglio scantonare. E allora, quando il malessere diventa insopportabile, la donna prende le distanze, come accade alla protagonista di un racconto, atterrita dall’idea di invecchiare assieme all’uomo che è stato suo compagno per parecchio tempo, oppure decide di  restare, come fa la protagonista di un altro racconto, ma alle sue condizioni, mettendo sulla bilancia i pro e i contro della sua posizione. Perché emancipazione vuol dire anche decidere quale vita si vuole, dove e con chi, e cosa e chi escluderne.

Perché hai scelto la forma del racconto e non quella del romanzo, oggi di maggiore appeal nei confronti del grande pubblico?

Non ho scelto io questa forma, in realtà è stata questa forma a scegliere me. Leggo di tutto: con una laurea in letteratura comparata ho letto davvero di tutto, e ho continuato per il piacere di farlo. E il genere del racconto mi è sempre piaciuto molto. Leggere  una storia, con emozioni,  rivelazioni vitali concentrate in poche pagine ha sempre esercitato un grande fascino su di me: come non menzionare Joyce, Carver, Maupassant, Hemingway, la già citata Margaret Atwood, questi solo tra i più grandi che hanno scritto racconti, e l’hanno fatto in modo magistrale. Per quel che mi riguarda, tutto è cominciato in una giornata di neve in cui la scuola era chiusa e io ero relegata in casa. Navigando in rete mi sono imbattuta in un concorso  per racconti bandito da una casa editrice di Roma. Ho trascorso quella giornata scrivendo un racconto, ambientato in una giornata di neve come quella, con un narratore maschile che però ricordava la figura della moglie scomparsa in un incidente d’auto da pochi mesi. Ho spedito il racconto la sera stessa e qualche tempo dopo mi hanno comunicato che avevo superato la selezione per una antologia che sarebbe stata  pubblicata di lì a poco. E poi ho continuato.

Stai lavorando ad altri progetti? Puoi darci qualche anticipazione?

Ne ho un paio, più un’idea che per ora è solo tale e per cui finora ho solo raccolto un po’ di materiale di ricerca. Il primo progetto è un romanzo, di cui ho già scritto circa un terzo: una protagonista femminile alle prese con un grosso conflitto familiare che si trascina da molti anni. Tra l’altro, uno dei racconti nella raccolta Belle ombre imperfette è un brano tratto da questo romanzo e riadattato a racconto breve. Il secondo progetto, già avviato, è un’altra raccolta di racconti, stavolta gialli, ambientati sulle sponde di un lago. 

Grazie alla disponibilità dell’autrice, e in bocca al lupo!

Grazie a voi!

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