Intervista a Giuseppe Ponzi Scrittore

Dopo aver letto il romanzo “Anche la notte ha i suoi colori”, l’autore Giuseppe Ponzi ha risposto così alle nostre domande.

Il tuo libro, sin dal titolo, sembra avere una visione ottimistica della vita e – alla luce dell’argomento trattato nel libro – della possibilità di salvarla grazie alla medicina: tale convinzione deriva da una propensione personale all’ottimismo o dalla fiducia nei mezzi della moderna medicina?

Sicuramente sono presenti entrambi gli elementi, sia una personale propensione all’ottimismo sia una fiducia nei mezzi della moderna medicina; ma non solo questi. Quando si attraversa il buio della notte, addirittura fino agli estremi confini della vita, è necessario schiudere orizzonti di speranza, costruire nuovi mondi possibili nei quali ricominciare a esistere.  Ma quali sono questi nuovi orizzonti? Nella copertina del libro sono rappresentati dai colori che illuminano la notte: il chiarore della luna, i suoi riflessi sul mare, la luce del faro e dei lampioni. Fuor di metafora, i colori della notte rappresentano il coraggio e la forza interiore dei protagonisti, la vicinanza delle persone care e le espressioni di umanità di chi ha scelto di prendersi cura degli altri.

Quanto pensi conti l’aspetto psicologico nella cura di una qualsiasi malattia? I farmaci da soli possono bastare e/o supplire? Estremizzando: si può guarire qualcuno che non voglia guarire?

Ritengo sia molto difficile curare o guarire qualcuno che non ne abbia voglia. Ecco perché nella cura di una malattia è molto importante l’aspetto psicologico e relazionale.  I farmaci sono il contenuto, la relazione il contenitore. Le malattie possono essere classificate, curate in maniera razionale e scientifica, le persone che hanno tali malattie no. Ognuno ha una sua storia, un modo proprio, individuale di affrontare la malattia. Se l’obiettivo del medico è soltanto quello di curare, curare a tutti i costi, allora il messaggio diventerà inevitabilmente minaccioso, quasi aggressivo, anche se con la razionalità tipica della medicina. Se invece il medico si prende cura di chi ha davanti, riesce ad ascoltarlo e a comprenderlo, allora il suo messaggio sarà sempre un messaggio di speranza, che poi, concretamente, significa far capire al paziente che, nonostante la malattia, può avere e soddisfare desideri e bisogni che hanno tutti gli altri, soprattutto che può progettare il suo futuro, anche se commisurato alle sue possibilità. Penso, infatti, che “ commisurare i progetti e le attese alla realtà” sia ciò di cui è fatto il difficile mestiere del  vivere, e del vivere con la malattia in particolare.

Secondo varie filosofie orientali, ma anche a quanto sostengono medicine “alternative”, corpo e mente/anima sono un unicum e come tali vanno trattati: condividi una siffatta visione olistica dell’essere umano e, dunque, della cura?

La medicina è un insieme armonico di tecnologia e antropologia medica, in cui, accanto alla competenza scientifica, assume pari dignità il rapporto tra medico e paziente. In questo senso la medicina si riallaccia agli approcci olistici tipici delle filosofie orientali e, soprattutto, diventa più umana. E’ molto importante distinguere il sapere dal comprendere. Ci sono persone che davanti ad una persona malata sanno ma non ascoltano. Si può sapere tutto della fisiologia delle lacrime e del piangere e non comprendere il pianto. Conoscere è lavoro di cervello, di scienziato, comprendere è incontro di due persone nella loro interiorità. Ed è dall’unione di queste due comportamenti che nasce la vera medicina, quella più autentica e umana.

Nel volume si parla anche di Andrea, un ragazzo adottato: quanto è sanabile il vissuto traumatico di tanti bimbi adottati? Possono ambire ad una vita “normale” o i traumi del passato li segneranno per sempre?

Andrea, uno dei protagonisti del libro, ha avuto un’infanzia difficile e conosciuto molto presto il rifiuto e l’abbandono. Le carte che ha ricevuto per giocarsi la partita della vita non sono state per nulla buone, ma lui quelle carte è riuscito comunque a giocarsele bene. Nel momento di massima debolezza incontra le persone che si prendono cura di lui e, grazie a loro, inizia a sentirsi amato e a trovare la forza per combattere e lottare. E sarà proprio l’ultimo incontro, quello più inaspettato ma anche più importante, che cambierà per sempre il suo destino.

Nel tuo romanzo, Madre Teresa fa una profezia a Giulia: quanto un medico può permettersi di credere al sovrannaturale, all’irrazionale, al misterioso?

Rispondo con le stesse parole che Giulia rivolge a Joseph, dopo avergli rivelato la profezia di Madre Teresa: <<Joseph, so che stai per chiedermi qualcosa. Ti ho raccontato ciò che mi è accaduto, ma la risposta alle tue domande io non ce l’ho, dovrai cercarla da solo>>.

E’ lo stupore di trovarsi dinanzi al mistero che spinge l’uomo a intraprendere il lungo cammino per ritrovare la sua dimensione spirituale. La motivazione principale dell’agire umano non è pertanto il raggiungimento del piacere o del successo, quanto piuttosto la ricerca e la possibilità di trovare un significato nella propria esistenza. Giulia riscatta la sua esistenza proprio quando scopre che la vita è fatta di incontri, di relazioni, di legami e che si vive non solo per se stessi ma anche per gli altri.

E dunque se il medico è animato da una vera passione per l’uomo, considerato nel suo unicum di anima e corpo, allora dinanzi alla malattia, alla paura, alla fragilità può veramente essere capace di condivisione e di amore. Iatròs philòsophos isòtheos: <<Il medico che si fa filosofo diventa pari a un dio>>, diceva Ippocrate. Il medico è colui che, lungi dal considerarsi onnipotente grazie al sapere scientifico, al pari del filosofo deve coltivare le domande relative al senso dell’esistenza, della salute e della malattia. La sua “divinità” è dunque umile, adesione alle leggi che regolano la vita.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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