Yolo

yolo libroClarissa Tornese aveva già abituato i suoi lettori a situazioni quotidiane, talora paradossali, condite con un piacevolissimo, immancabile humor in “Diario di una squilibrata”, ma è in questo volume che la giovane autrice conferma il proprio talento, utilizzando una trama più omogenea e “sistemica”, supportata da un linguaggio se possibile ancora più piacevole, che tiene incollati dalla prima all’ultima pagina.

Yolo (acronimo di You Only Live Once, titolo del libro) è il nome di una barca, nonché – come spiega il marinaio – un invito a cogliere l’attimo, a godere della semplicità della vita, ad incamminarsi lungo la via di una normalità “serena”, piuttosto che di una felicità la quale – effimera e fugace – insieme ad attimi di entusiasmo reca delusioni e un perenne senso di insoddisfazione, di vuoto, di inadeguatezza.

Pure, il messaggio dell’autrice non vuol esser quello di perseguire un “gioco al ribasso”: piuttosto, viene veicolata la consapevolezza che proprio nella “normalità” – oggi tanto esecrata – alberga l’essenza più profonda della vita, perché soltanto nella normalità si può imparare a godere di uno stato d’animo foriero di equilibrio e pace interiore, garante di autentico benessere.

Maria Vittoria / Vicky, la protagonista, proprio per l’incapacità di apprezzare la propria “normale” esistenza, cade nel tunnel di una depressione che fa implodere le sue contraddizioni più profonde, rischiando di mandarle in frantumi la vita, senza un solo motivo che sia “oggettivo”: non problemi di salute, non familiari, non difficoltà economiche…

Il romanzo, fra conoscenze improvvisate e “disastrose”, pericolose dipendenze, amiche del cuore che sanno esserci sempre, loschi affari nel momento del bisogno economico, sembra in effetti una progressiva, forse inesorabile, catarsi necessaria a scrostare il troppo dal necessario: le vicissitudini di Vicky sono metafora della sua via per ritrovare sè stessa.

Un romanzo, godibilissimo, che, con leggerezza, mette a fuoco i drammi, le insicurezze, le fragilità di una generazione e forse di un’età – quella a cavallo dei trent’anni – che fa da decisivo spartiacque fra chi “si salva” e chi “si perde”.

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