Erano Knochensturme

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Raccontare – tramite la forma “leggera” del romanzo – le vicissitudini degli uomini di una divisione SS nel bel mezzo della II Guerra Mondiale è impresa titanica, sia da un punto di vista oggettivo (legato alla conoscenza minuziosa degli spostamenti di uomini e mezzi sui vari fronti), sia da un punto di vista soggettivo (legato alla sensibilità che va profusa nella descrizione degli stati d’animo dei personaggi, se li si vuole credibili).

Pure in Erano Knochensturme, la scrittrice Emilia Anzanello riesce senza tema di smentita a centrare l’obiettivo, che, a ben vedere, è unico e nobile: suscitare in chi legge empatia per degli uomini che – nonostante le aberrazioni di cui si resero in parte protagonisti – restarono sempre uomini, i quali agirono in circostanze (belliche, ma non solo: anche ideologiche, ad esempio) uniche ed irripetibili, in nome di quella che fu vera e propria fede, in un’Idea e in una Patria.

Se infatti il grande pubblico è meritoriamente al corrente di tanta parte dei crimini perpetrati dai nazisti, poco o nulla conosce della sorte di quelli che, fra essi, rimasero vivi al termine del conflitto: poco o nulla delle violenze, delle uccisioni, delle torture fisiche e psicologiche cui tanta parte di quegli uomini fu condannata da coloro i quali – gli Alleati, e gli Statunitensi innanzitutto – si professavano superiori non solo militarmente (e questo l’esito della guerra l’ha provato) ma anche e soprattutto moralmente (ma quanto ci si può ritenere “superiori”, se sul nemico vinto si infierisce come quel nemico ha esecrabilmente fatto in precedenza?).

Emilia Anzanello sembra dunque suggerire che in guerra non v’è alcuna giustizia davvero “giusta” (ma vien da chiedersi: e in pace?) e che ciascuno difende semplicemente le proprie ragioni e i propri valori, o presunti tali: una visione autenticamente acritica, volutamente non schierata, quasi cronachistica, che fa vacillare il paradigma del bene assoluto votato a stroncare il male assoluto.

Lo scritto, alla luce di quanto detto, vuole accendere i riflettori su fatti ignorati dalla storiografia ufficiale, semplicemente perché è giusto raccontare tutto, non solo una parte di quanto accaduto; in tal senso, l’autrice deve essersi dotata di un background di studio eccezionale, se cita persino le «Streghe della Notte» (le ragazze russe del 588° Reggimento di Bombardamento Notturno, di cui solo in tempi recentissimi gli storici sono venuti a conoscenza).

L’SS Wilhelm Tanne, il protagonista maschile, viene descritto nei suoi pensieri, nelle sue emozioni, apparendo ben lontano dall’essere quella “macchina da guerra” asettica e insensibile che la vulgata assegna ad ogni soldato tedesco (più che mai se SS!) di quell’epoca: la scrittrice ne disvela tutta l’umanità di chi ha scelto di servire convintamente ed a qualunque costo un’idea perdente e “sbagliata”, ma che, secondo il proprio senso dell’onore e della lealtà, è l’unica possibile.

La protagonista femminile, MariaAnna Mayr, è l’icona di quella che – per tanti uomini – rappresenta la donna “ideale”: emotivamente devota sino all’inverosimile, libera da tabù sessuali, colta, intelligente, infine capace e caparbia tanto da accompagnare fianco a fianco l’uomo che ama, pagandone in prima persona le scelte, anche contro buona parte della famiglia e sicuramente contro la Storia.

Erano Knochensturme spalanca scenari inattesi ed a tutt’oggi in buona parte inesplorati su un’epoca – troppo semplicisticamente liquidata come “nota” – estremamente complessa della nostra storia contemporanea, che invece, a quanto la scrittrice sembra suggerire fra le righe, è estremamente controversa, e dunque che andrebbe indagata a fondo.

Sempre che si abbia il coraggio di guardarla a tuttotondo, e senza alcun preconcetto, di ordine “ideale” o “morale”.

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