Né io né Dio – Viaggio alla ricerca della verità tra Occidente e Oriente

 ne-io-ne-dio-viaggio-alla-ricerca-della-verita-fra-oriente-e-occidenteNé io né Dio – Viaggio alla ricerca della Verità tra Occidente e Oriente di Luca Riccò rappresenta il tentativo – riuscitissimo, a parer nostro – di contribuire a “togliere il velo” che ricopre una realtà mistificata, costruita su affanni grandi e piccoli, su stupide (in quanto false e coercitive) convenzioni sociali, su una vita guidata dalla presunta necessità di bisogni invece indotti: una vita che perde di vista le domande primigenie dell’uomo, il “chi siamo” “da dove veniamo” “dove andiamo”.

Il lettore viene colpito dalla profonda umanità del protagonista, Leno – che par esser l’autore stesso, in una sorta di volutamente malcelato autobiografismo – , che, attraverso esperienze assolutamente fuori del comune (straniamento dal corpo, “lotta” del proprio io più profondo come contro un demone esterno), arriva alla consapevolezza che l’«Io sembra contenere una radice di separazione e di esclusione difficilmente coniugabile con l’Unità», fino a significare «nessun altro»; le emozioni, in tal senso, paiono alla stregua di «distillato del dolore dell’anima».

Quel che Leno riscontra – grazie alla sua compagna di vita, Mina, ma soprattutto alla guida spirituale indiana, Biji – è la prigionia della paura, di cui ciascuno è vittima: la paura somiglia ad una cappa opprimente che impedisce di andare oltre, di sentirsi finalmente parte di un tutto spazio – temporale (quindi in unione con le altre proprie vite e con quelle degli altri, oltre che con l’ambiente circostante) che è alfine la Verità di cui l’Uomo va in cerca da sempre.

Ecco perché “né Io né Dio”: il primo è compreso e trova significato solo nel secondo, altrimenti esiste senza  esistere davvero, e finisce per somatizzare una sofferenza che è tutta interna; la molteplicità è tale solo in apparenza, essendo invece riconducibile all’unità, che sola è in grado di dare pace all’anima, risorsa primaria (in quanto tale superiore e più “consapevole” rispetto alla mente razionale) dell’essere umano.

Il viaggio di Leno parte dall’«abitudine alla paura» per approdare all’«ebbrezza della libertà»: raggiuntala, Leno scopre che la libertà può avere tanti nomi, proprio quante sono le religioni che, in tal senso, sono facce molteplici di un unico solido (il Tutto, l’Energia primigenia, Dio).

Dinanzi alla morte del padre – e soprattutto a quella di Biji – Leno si accorge che la felicità nasce non soltanto dal perdono, che è solo un primo passo pur necessario, quanto essenzialmente dalla “dimenticanza”: lasciare che le cose tristi scivolino via da sé perché se c’è «non amore», l’amore – e dunque la felicità e la pace – non trova spazio.

Un libro affascinante, che spalanca le porte ad una ridiscussione della propria esistenza, affinchè non sia la vita a viverci, ma noi a viverla, pienamente e – seppur in altre forme – eternamente.

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