Neurocidio

neurocidioNeurocidio sin dal titolo (termine coniato – a quanto ci risulta – dall’autore Piè Mallegni) evoca visioni inquietanti e tragiche di dolore e morte: “omicidio cerebrale” sembrerebbe la parafrasi più appropriata, fermandosi ad un’analisi di superficie del testo (resta da chiarire se uccisione “subìta” o invece “perpetrata” dal cervello; forse entrambe?).

Pure, conosciamo bene la difficoltà di racchiudere in un unico lemma la ricchezza e la profondità semantica di un corpus poetico in generale, e di questo specifico – complesso e sfaccettato – a maggior ragione: la silloge appare piuttosto alla stregua di un’ “agonia esiziale della coscienza”, inevitabile e tumultuosa, amara e disperata, co-indotta certo da eventi esterni, purtuttavia specchio di un animo intrinsecamente irrequieto.

In tal senso, filosoficamente lo scritto incarna perfettamente l’ “in sé e per sé” di hegeliana memoria: l’autore guarda inizialmente alla propria coscienza (in sè), attraverso di essa “trova” il mondo esterno (per sè), per ripiegarsi e tornare poi circolarmente su sé stesso.

C’è odio, amore in potenza e mai in atto, al più libidine, in “Neurocidio”; e solitudine, disillusione, incomprensibilità, senso di tempo che passa senza dare i frutti attesi, e, infine, sentore strisciante di “intolleranza ferita” verso il genere umano, “corrotto” sino al midollo.

Una punteggiatura talvolta ossessiva, talalatra sincopatica e rada, per una silloge che colpisce in quanto a originalità e fiero spregio dei clichet poetici odierni.

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