Intervista a Yuri Vargiu

Dopo aver letto il romanzo “Astro e la chiave pedagogica”, l’autore Yuri Vargiu ha risposto così alle nostre domande.

Da cosa nasce l’esigenza di affrontare concetti pedagogici in un libro divulgativo, addirittura pubblicato in una collana “per ragazzi”, e non – come sovente viene fatto – in un’opera a carattere saggistico?

Nel racconto sono presenti le mie due passioni, la Pedagogia e la Scrittura. Per me un libro deve essere semplice ma efficace, chiaro e accessibile a più gente possibile, deve essere divertente ma allo stesso tempo portarti, alla fine del capitolo, a riflettere sulla tua vita quotidiana.

Grazie alla nostra capacità di “metterci nei panni” dei personaggi, è possibile scoprire e magari ripassare, concetti che non conoscevamo. Tutto ciò, secondo me, è reso possibile in maniera molto più efficace dalla lettura di un racconto coinvolgente e scorrevole.

Insomma, riflettere e imparare divertendosi, è il futuro della pedagogia.

La formula del viaggio in diverse realtà e quella del rapporto discepolo / guida hanno illustri predecessori: quali, a tuo modo di vedere, i punti di forza di tale formula narrativa? Qual è l’opera letteraria che maggiormente in tal senso ti ha ispirato?

E’ fondamentale il rapporto discepolo/guida in un testo come questo, in quanto permette di scindere la domanda dalla risposta. Il discepolo chiede ciò che l’autore vuole divulgare in quel punto preciso della storia, la guida spiega di conseguenza, avendo il prezioso ruolo di “regista” della scansione degli eventi.

Si può usare la guida per parlare e spiegare concetti e situazioni della trama in modo quasi diretto.

Il tema del viaggio mi ha sempre affascinato, sia nel mondo reale che nei testi. Mi piacciono molto questi tipi di racconti, dal Piccolo Principe di Antoine Saint Exupéry alla Divina Commedia di Dante, in quanto mi rimandano ad un qualcosa di mistico e concreto allo stesso tempo.

Fra i vari concetti che esplori c’è quello, tanto in voga oggi, di resilienza: puoi spiegarci approfonditamente in cosa consiste e quanto, secondo te, un atteggiamento resiliente può effettivamente aiutare a vivere meglio?

La resilienza, è la capacità di non “spezzarsi” e far fronte in modo positivo davanti alle difficoltà della vita, come un evento traumatico.

Bisogna pensare alla resilienza come ad un elastico, che con una forte tensione (evento) viene deformato per poi ritornare alla normalità più forte di prima.

Questa è una capacità che può essere appresa dagli ambienti di vita, sociali ed educativi della persona e matura con le esperienze.

Un individuo resiliente è in grado di far fronte alle difficoltà e di riorganizzarsi positivamente davanti alla sfida, per poi superarla e apprendere dall’esperienza vissuta.

Credi che la pedagogia in quanto scienza sia oggi sufficientemente valorizzata, specificatamente nei contesti deputati all’educazione dei bambini / ragazzi? D’altro canto, in cosa la “chiave pedagogica” può aiutare anche persone mature e dunque già “formate” a risolvere problematiche connesse alle diverse età biologiche?

Ad oggi non credo che la Pedagogia abbia la considerazione che meriti, ma in un mondo sempre più confuso sta piano piano trovando la sua giusta collocazione.

Nei contesti deputati all’educazione dei ragazzi e dei bambini, essa è molto più valorizzata rispetto ai contesti in cui viene messa in atto un’educazione per gli adulti o gli anziani.

E’ opinione comune che la pedagogia sia materia indirizzata unicamente verso l’educazione dei giovani, ma molti non sanno che questa può agire su tutte le età. Per questo motivo molti individui, una volta raggiunta l’età adulta, se ne disinteressano in quanto ritengono che la pedagogia non sia più affare loro. L’educazione inizia quando nasciamo e finisce quando moriamo, non esiste mai una persona completamente formata.

Ci sono tantissimi studiosi che si sono occupati delle “sfide” da affrontate nei vari momenti della vita, posso citare per esempio Erikson. Per questo la “chiave pedagogica” può essere uno stimolo a lavorare su di sé anche da parte di persone mature.

In cosa la pedagogia differisce da altre scienze umane “sorelle”, quali psicologia, sociologia e antropologia? Trattasi di branche del sapere umanistico parallele o di scienze i cui confini sono labili, e che finiscono per incontrarsi sul terreno comune della “cura” per l’essere umano?

La pedagogia nello specifico si occupa di dare, grazie all’esperienza fatta in contesti protetti, quegli strumenti in grado di aiutare ad affrontare la vita di tutti i giorni. La pedagogia opera per tutto il ciclo della vita.

Riccardo Massa, pedagogista da cui prende il nome la facoltà di Milano Bicocca, utilizzò il termine Formazione per intendere sia il processo di trasmissione di competenze e le relative conoscenze acquisite nel rapporto Istruttore- Istruito, sia l’educazione intesa come formazione della personalità in maniera globale.

Un individuo che riceve i giusti trattamenti pedagogici cresce più sano mentalmente e fisicamente, ha maggiori possibilità e mezzi per affrontare gli imprevisti e i problemi, risultando quindi meno incline a “spezzarsi” in modo patologico.

Pedagogia, Psicologia, Sociologia e Antropologia sono branche del sapere umanistico con una propria identità definita e degli specifici obiettivi, che ovviamente in macro, possono essere raccolti tutti nel concetto di “cura”. Queste scienze hanno confini labili e si completano a vicenda. È un po’ come un corpo che possiede un insieme di organi in perfetta simbiosi tra di loro, ma che allo stesso tempo eseguono uno specifico compito.

Hai altri progetti editoriali? Se sì, puoi darci qualche anticipazione?

Per il momento non ho altri progetti, più avanti si vedrà.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *