Intervista a Maria Caterina Basile

Dopo aver letto il volume “Vita di Paese”, l’autrice Maria Caterina Basile ha risposto così alle nostre domande.

Il protagonista di “Vita di Paese”, Damiano Pellegrino, incarna le inquietudini – spesso inespresse – di tanti emigrati: perché hai scelto di raccontare il “lato oscuro” del fenomeno migratorio? Quanto pensi questo lato in ombra esista e quanto incida sulle storie pur “di successo” aventi per protagonisti i migranti stessi?

Il fenomeno migratorio ha lati oscuri che difficilmente si vogliono raccontare, perché il farlo rappresenterebbe un fallimento. È vero che, nella stragrande maggioranza dei casi, gli italiani all’estero hanno diritti che in questo Paese possono solo sognare. Eppure, è innegabile il senso di smarrimento e di inquietudine che accompagna chi abbandona la propria terra non per scelta, né tantomeno per la voglia di girare il mondo, ma per necessità. Emigrare diventa un obbligo al quale non ci si può sottrarre e, malgrado i possibili agi economici e la realizzazione da un punto di vista lavorativo, ci si sente nostalgici di quello che si sarebbe potuti essere altrove, a casa. Tale sentimento può trasformarsi in un assillo che non dà tregua, creando un distacco dal mondo, una condizione di penosa alienazione.

Il tuo libro, fra le altre cose, è un inno alla giovinezza, al vitalismo, al senso di sfida e di “incoscienza” che la contraddistingue: come coniughi l’ammirazione del protagonista per questa età della vita con la sua aspirazione alla serenità, sinonimo di quiete e pace interiore, dunque pertinenza dell’età adulta? Non sono forse due sentimenti dicotomici?

Il protagonista, in effetti, vive una profonda dicotomia tra il voler vivere a tutti i costi al di fuori di ogni norma, di ogni consuetudine e la necessità di essere amato, accettato.  

La lotta alla noia, all’ordinarietà lo aveva condotto al margine degli aspetti peggiori della società, certo, ma anche al margine dei suoi simili. La sua era diventata una vita da alienato: alienato dagli altri, dai loro difetti, ma alienato pure da se stesso. Il Sud in cui sceglie di tornare non è altro che un simbolo di siffatto estraniamento: isolato dal resto del Paese, spesso privato del diritto al lavoro, sospeso a metà tra passato e presente, esso è come rimasto nell’attesa di un futuro che pare non compiersi mai, un miraggio. In tale limbo, a Damiano non resta altra soluzione se non guardarsi dentro alla ricerca di risposte. Egli capisce che l’unico modo di fronteggiare la sua impotenza di comune mortale è trovare il coraggio di “accontentarsi” della bellezza che lo circonda. Infatti, se della società e degli uomini s’impara ad accettare vizi e virtù, allora diventa più facile guardarsi con occhi compassionevoli, capire di essere parte di un’umanità imperfetta ma capace pure di misericordia infinita, di una misericordia in grado di vanificare perfino i più gravi rimorsi.

Quanto credi sia opportuno ridefinire il concetto di benessere ed i parametri (quantitativi, più che qualitativi) su cui attualmente si fonda? Pensi che sia possibile e/o auspicabile una migrazione in senso inverso, dal centro alla “periferia”, dalla frenesia (non di rado fine a se stessa) alla “lentezza” connaturata all’essere umano?

Sì, certo: una migrazione in senso inverso è non solo auspicabile, ma possibile. Sono in molti, oggi, ad affrontare la sfida di un ritorno al Sud, passando dalla frenesia delle metropoli alla lentezza dei paesi. Parlo per esperienza personale: io ho scelto di restare. Sono convinta che nelle comunità meridionali esistano valori e comportamenti in grado di contrastare la crisi dell’idea di identità e di persona in atto nella realtà contemporanea. Nei nostri paesetti spesso disprezzati non esiste la condizione di anonimato, di non appartenere a niente e a nessuno. E questo potrebbe costituire un antidoto al rischio di un ritorno alla barbarie, perché garantisce l’espressione del nostro bisogno di appartenenza.

Damiano non solo decide di ritornare sui propri passi, verso il proprio paese, ma finisce per immergersi piacevolmente in un contesto territoriale e comunitario che lo pacifica con se stesso, lo avvolge e lo rende indulgente verso le altrui miserie: credi che il luogo natio abbia funzione terapeutica sempre e comunque, o che piuttosto si tratti di un dato caratteriale e soggettivo?

Il messaggio che intendo veicolare è quello di un ritorno al Sud inteso come ritorno alla terra, alla nostra essenza: una scelta consapevole di libertà, di adesione alla natura, di possibilità di realizzare aspirazioni umane e intellettuali in un luogo che si è soliti considerare privo di speranza. Metaforicamente parlando, il protagonista è il Meridione che guarda se stesso, la sua storia; volendo citare Ernesto De Martino, possiamo dire che si libera finalmente dal cattivo passato che lo perseguita, dal suo “rimorso” e, ripartendo dalla bellezza che lo circonda, si mette in cammino verso l’avvenire. Ovviamente, la citazione di Pino Aprile presente sulla prima pagina del testo, non è casuale: l’attuale presa di coscienza di un’identità meridionale da difendere e custodire deve molto all’impegno del giornalista pugliese, così come questo libro.

Bello riportare vocaboli e frasi in dialetto (con relativa traduzione in calce): quanto credi che il dialetto sostanzi l’anima di una comunità, e quanto – se considerato alla stregua di lingua – sarebbe opportuno parlarlo e in tal modo tramandarlo?

La scelta di inserire vocaboli dialettali non è casuale: essa risponde alla volontà di recuperare la memoria linguistico-antropologica perduta, contrapponendosi ad un passato che considerava i dialetti un marchio di povertà, una vergogna dalla quale affrancarsi.

Credo fermamente che il dialetto rappresenti l’anima del nostro Meridione, soprattutto perché, per lungo tempo, la lingua italiana è stata per noi, come scrive Ignazio Silone in “Fontamara”, “una lingua imparata a scuola, […] straniera, […] il cui dizionario, la cui grammatica si sono formati senza alcun rapporto con noi, col nostro modo di agire, […] di pensare, […] di esprimerci ”.

Hai altri lavori nel cassetto? Puoi darci qualche anticipazione?

Sì, si tratta di un romanzo ambientato a Lecce. Protagonista è un uomo di trent’anni diviso tra due mondi: quello arcaico-rurale ancora esistente in alcune zone del Salento e quello capitalistico e industriale dell’era contemporanea. Dopo mesi di attesa, ho finalmente ricevuto una proposta editoriale: speriamo bene!

Grazie alla disponibilità dell’autrice, e in bocca al lupo!

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