Intervista a Stefania Calesini

Dopo aver letto la silloge poetica “Richiami di deriva”, l’autrice Stefania Calesini ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, come leghi “la deriva” cui fai riferimento nel titolo a componimenti spesso, se non gioiosi, quantomeno “sereni”?

La deriva è il desiderio di andare senza schemi prefigurati, di fuggire da rotte designate e previste.

É l’inquietudine che ti fa cercare sempre qualcos’altro, come se pur avendo tanto, non ti bastasse mai, è l’anelare ad un luogo-tempo-spazio-relazione della completezza in un mondo impossibile quindi.

Hai uno stile semplice ed incisivo, lontano da tante elucubrazioni che, pur essendo negazione stessa dell’ars poetica, oggi nella più parte degli autori sovrabbondano; la purezza del verso è frutto di un processo e dunque punto di arrivo o invece propensione naturale?

É  soprattutto propensione naturale, ma la propensione è stata elaborata con un processo, non solo rivolto alla poesia.

Mi capitava la stessa cosa nel lavoro che esercitavo fino a qualche anno fa. Sono architetto, il progetto nasceva pieno di cose, che poi toglievo. Faccio lo stesso se fotografo, o se cucino.

Quando lavoro su una poesia, tolgo. Amo il significato e l’essenzialità (qualità dell’essenza), che a loro volta risveglino abbondanza di immaginazione ed emozione. Credo che togliere il superfluo sia un’arte.

Quanto pensi che le immagini reali, naturalistiche soprattutto, contribuiscano a rendere un testo “poetico” nel senso più semanticamente denotato?

Credo che nella natura, degli esseri viventi o no, ci sia tutto e che sia un tutto semplice.

Le immagini reali sono immediatamente comprensibili. Sono materia prima di metafore e  similitudini, quindi tecnicamente la risposta è sì. Le immagini reali possono far risuonare in ognuno emozioni, ricordi, vibrazioni soggettive e diverse, richiamare diversi significati. Quindi anche non tecnicamente la risposta è sì.

Naturalmente non si tratta di una condizione necessaria e sufficiente.

Pensi oggi abbia ancora senso scrivere poesie in forma di versi omosillabici e rimati? O invece basta esservi assonanza, o persino semplicemente una generica “aura poetica”?

Penso che la metrica e la rima possano essere considerate come un gioco con le sue regole, come un esercizio, come musica, non come gabbia.

Gli autori del ‘900 hanno liberato la poesia dalle vesti formali, e ancora  prima di loro Leopardi, tanto per citare qualcuno. Il tempo delle gabbie è finito, nell’arte e nella vita.

Hai in serbo altri lavori? Se sì, ancora in poesia o anche in prosa?

Stanno continuando a nascere poesie. E sto provando cosa mi nasce in prosa.

Grazie alla disponibilità dell’autrice, e in bocca al lupo!

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