Intervista a Mario Grasso

Dopo aver letto il romanzo “L’idea fissa”, l’autore Mario Grasso ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, una brevissima presentazione per i lettori. Ringrazio il tuo sito per l’ospitalità concessa a un nostalgico del ’68 che ancora cova in un angolino del suo cuore la speranza (utopica?) di una società in cui il valore delle persone sia considerato superiore alle lusinghe della tecnologia e alla brama dell’avere. Ho una formazione sociologica e giornalistica, un passato da manager, un presente da scrittore e un futuro tutto da decidere.

“L’idea fissa” è, nel tuo romanzo, il discrimine netto fra bene e male, l’elemento che provoca la reazione chimica; come dire che, machiavellicamente, il fine giustifica i mezzi: il tragico epilogo della tua storia quanto ha a che fare con questa massima, generalmente considerata esecrabile ma spesso vera?

La massima “Il fine giustifica i mezzi” attribuita al Machiavelli (in realtà lui scrive nel Principe qualcosa di diverso) si è largamente diffusa come sinonimo di utilitarismo e di opportunismo, riducendo la portata di un pensiero assai più complesso e articolato.

Il senso della massima può essere visto nella trama, un po’ meno nell’epilogo affidato a un  omicidio che mischia orrore e pietà e affonda la sua motivazione più nelle pieghe dell’inconscio che nella razionalità di un codice penale.

 Ci sono immagini forti nel tuo libro, non temi che possa urtare la suscettibilità di qualche lettore “benpensante e perbenista”?

Se eliminassimo dal Vangelo le immagini forti che contiene – stupri, incesti, violenze, uccisioni… rimarrebbe ben poca cosa. La coscienza del benpensante non deve lasciarsi offendere dal racconto di fatti crudi ma dal loro verificarsi.

Hai scelto di legare l’handicap del protagonista maschile, Yoel, a cause psicologiche: quali le motivazioni di tale scelta, e quale la loro influenza sul dipanarsi e sull’esito della narrazione?

Troppo spesso si tende ad identificare un individuo portatore di una menomazione con la menomazione stessa, considerata come talmente connotante da rendere “invisibile” tutte le altre caratteristiche della persona, le sue attitudini, le sue potenzialità, la sua identità. Yoel non è la sua menomazione ma una unicità corpo-mente che influenza certamente lo sviluppo della storia.

Il protagonista disabile ha un solo, scabroso “segreto”, costituito dal rapporto incestuoso con la sorella, identificata con la figura materna e dunque membro del complesso edipico: quanto pensi sia nella realtà diffusa una tale “risposta” agli istinti sessuali, nel mondo delle disabilità? E’ l’incesto accettabile in nome della soddisfazione degli istinti sessuali di chi vive in condizioni fisicamente “disagiate”?

Sono domande difficili. Yoel avverte il bisogno di una sessualità appagante, come ogni essere umano, ma soprattutto di una relazione che lo faccia sentire al centro dell’interesse e che gli consenta di essere protagonista del benessere della partner. Trova tutto ciò nella sorella che giunge autonomamente alla conclusione che un desiderio primario come il sesso, se non soddisfatto fa sentire ancora più debole e sconfitta una persona alle prese con una grave difficoltà. La loro non è però una brutta storia da bassifondi dell’anima, ma una forma d’amore estremo, certamente difficile da capire. Nel loro modo di viverlo, non è qualcosa di perverso e sbagliato da cancellare con un pentimento.

Io non mi interrogo sulla moralità della loro scelta ma provo compassione per i tanti che, per le proprie disabilità, non possono nemmeno masturbarsi e penso che la natura a volte sia davvero spietata: salva il bisogno, ma nega gli strumenti per soddisfarlo. Comunque, quella di Yoel e sua sorella è la loro scelta, non necessariamente la scelta di chi vive una condizione di disabilità.

La profondità che promana dai dialoghi fra Yole e Yoel è talora sconcertante: per te la passione è dunque subordinata all’attrazione “mentale” nel caso di rapporti in cui la disabilità è appannaggio di un solo elemento della coppia, o anche in altri casi?

È vero: il dialogo fra i due protagonisti si trasforma spesso in una gara di intelletti ricca di battute sottili e sforamenti nell’erudizione ma non assume mai toni spocchiosi. Per entrambi è più una sorta di meccanismo di difesa che una tecnica di conquista. Per quanto mi riguarda, ritengo che l’amore possa nascere dall’attrazione mentale, ma diventa passione solo e soltanto con lattrazione fisica. 

L’attrazione mentale, quella che non si vede e non si tocca, quando scatta ci domina, ci commuove e fa muovere tutto ad un ritmo differente ma l’attrazione fisica ha una potenza più irragionevole e, a volte, persino pericolosa e destabilizzante che ci impedisce di difenderci dalle persone “sbagliate”. Non a caso i greci ritenevano che l’attrazione sessuale fosse un dardo capace di bucare la carne e prendere possesso dell’anima, provocando il caos non solo fra gli umani ma anche fra i Dei.

Geppo, l’amante sanguigno e reietto, sembra voler dire che “l’istinto è istinto”, e non c’è sentimento che tenga: quanto questa è la tua visione?

Non credo sia giusto considerare istinto e sentimento come due cose contrapposte. Personalmente considero il sentimento il lato evoluto dell’istinto che è presente nell’uomo prima ancora che in lui si formino i concetti di bene e male e ha un potere immenso sul suo benessere. Ma la componente istintuale è spesso condizionata dalle nostre convinzioni, dal sistema di valori soggettivo, dal modo di rapportarci a noi stessi, dai ruoli che interpretiamo, dalle credenze religiose, dal sentire comune, dalla morale.

La tragica fine di tanti personaggi lascia la scena ad uno solo, quello su cui meno, all’inizio, si scommetterebbe: è forse una concessione ad un eventuale sequel del romanzo? O piuttosto il rimarcare che non sono necessariamente i più “deboli” a soccombere?

La passione per l’alchimia, un’eredità, un cane, una pianta e il caso  contribuiscono in vario modo a segnare il destino dei quattro protagonisti.

Il sequel  è presente nel fatto che il discrimine fra il bene e il male è uno dei temi che maggiormente mi intriga perché il confine che li separa spesso non è così netto. È possibile trovare questo tema in diversi miei romanzi insieme a un altro elemento di continuità: la speranza.

Stai lavorando ad altri progetti? Puoi darci qualche anticipazione?

Ho diversi progetti nel cassetto. Il più avanzato passa attraverso l’odissea di una psicologa piombata nel mondo delle sette sataniche e la santa immagine di San Nicola coinvolta in omicidi, dita amputate e furto di ostia consacrate. Dopo numerosi colpi di scena la conclusione consegna alla giustizia un assassino e al lettore la consapevolezza che la nostra esperienza terrena è il luogo in cui l’essenza del bene e del male si  incontrano e si scontrano.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

Grazie a te per l’ospitalità e a tutti coloro che dedicheranno un po’ del loro tempo a leggere questa intervista e, spero, anche al mio romanzo.

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