Delitto e castigo – Remake

delitto_castigo_remake_1Chi l’ha detto che i classici della letteratura mondiale debbano restar lì, guardati a debita distanza con timore reverenziale, come fossero artisticamente “intoccabili”?

Renato Esposito, nel suo Delitto e castigo – Remake, smonta questo che pare un assioma – un po’ bacchettone, certo – di molti fra quanti si cimentano nella redazione di opere artistiche, poetico – letterarie in primis: l’autore non nasconde che il suo è un rifacimento del capolavoro di Dostoevskij; di tale “riattamento” alla sensibilità ed al gusto moderno ne fa anzi vanto, meritoriamente, per quanto ci riguarda.

La trama resta intatta, e autentico il pathos indotto dalla narrazione rispetto all’originale; aumentata, invece, proprio grazie all’ “attualizzazione” tesa a più adeguatamente intercettare il pubblico contemporaneo, l’empatia che il giovane protagonista, Raskol’nikov, suscita in chi sappia lasciarsi cullare da una narrazione scorrevole e asciutta, di sicuro appeal.

In una cornice futuristica – non più contemporanea, non già fantascientifica – il protagonista medita e consuma il delitto di una anziana strozzina e di sua sorella: ne segue un tormento dilaniante, compulsivo e totalizzante, quello che solo un uomo giusto può provare messo di fronte alla scelta fra il permanere nella propria incolpevole miseria materiale e la possibilità di liberare sé e altri reietti dalla presenza malevola, empia e cupida altrui.

La colpevolezza di Raskol’nikov sommamente incarna l’insanabile frattura tra ciò che è percepito come moralmente ingiusto – sebbene di rado punibile (la condotta della strozzina) – e ciò che è invece legalmente sanzionato come ingiusto (l’omicidio di una persona, per quanto infima e deleteria per la società).

Renato Esposito “guarda in faccia” Dostoevskij con lo spirito critico e le capacità di chi, rielaborando e smussando spigolosità derivanti dal tempo trascorso, esprime profonda e “filiale” filìa per l’opera e l’autore originali.

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