Intervista a Marco Maria Orlandi

Dopo aver letto il poema “L’Inferno”, l’autore Marco Maria Orlandi ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, non hai provato una pur fugace soggezione, nell’intitolare la tua opera alla stregua di quella che è – con buona probabilità – la più nota opera letteraria italiana nel mondo?

Titolo, suddivisione in 34 Canti, endecasillabi, rime incatenate: si tratta solo di un assetto formale, di una ‘scatola’ esteriore. Il percorso narrativo è diverso, ed ogni ipotesi di emulazione dantesca sarebbe assurda.

La presenza di citazioni integrali o parziali di versi danteschi (come di Petrarca o altri) è da intendersi come garbato omaggio a questi grandi: dette citazioni – anche di passi di prosa del ‘200 e ‘300 – non sono peraltro smorfie isolate ma tessuto integrato e funzionale al contesto narrativo. Una sorta di cannibalismo letterario.

Da cosa nasce l’esigenza di scrivere nel volgare dantesco, per di più con terzine in rima incatenata? Un semplice diletto o la volontà di sottolineare la varietà semiotica dell’italiano delle origini, magari per far emergere la “povertà” lessicale di quello odierno?

La lingua italiana ‘attuale’ è tutt’altro che povera nel lessico: l’impiego usuale sfrutta questa lingua solo in minima parte, non di rado subendo l’adescamento di sirene lessicali esterofile. In questo lavoro ho impiegato non pochi vocaboli ‘meno noti’ dell’italiano attuale, e senza note a piè pagina: qui basta consultare un dizionario.

Naturalmente mi è piaciuto anche ‘richiamare in vita’ molti vocaboli risalenti all’epoca dantesca, esplorando l’interessante ‘prosa minore’ in particolare dei secoli XIII e XIV.  Il sapore arcaico di tali vocaboli mi è parso adatto ad accompagnare lo scollamento tra reale e fantastico che informa lo svolgersi del contesto narrativo.

Da cosa nasce l’esigenza di scrivere etc: quanto alle rime e al verso fisso isosillabico (qui, endecasillabo), si tratta solo d’una delle tante griglie possibili. In realtà ho inserito in questa mia ‘silloge’ altre griglie più severe. Più ci si auto-costringe entro griglie ed ostacoli, più è facile un atto creativo: ho preferito facilitarmi il compito. La libertà assoluta, al contrario, espone a difficoltà enormi (del resto, anche in campo musicale e pittorico).

Come hai fatto – se è lecito chiedere – a introiettare tanti vocaboli desueti, e ad orchestrarli in una forma rimata complessa qual è quella da lei scelta sulle orme del sommo poeta? Quanti anni di studio, e su quali fonti?

E’ stato un po’ laborioso ma anche piacevole: del resto come me chiunque – se interessato – può documentarsi: le fonti (tra biblioteche e web) offrono tanto per chi voglia approfondire la lingua italiana, in particolare il prestigioso database del T.L.I.O. (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini).

Il lavoro (studio delle fonti, scrittura dei versi) è stato espletato in sei mesi, durante le serate al rientro dalla giornata lavorativa. Non mi è riuscito di farlo in tempi più brevi.

Nei mesi di stesura di questo lavoro ho scritto sempre in versi (non isosillabici) anche brevi componimenti con testo palindromico, direi senza particolari difficoltà, ed un componimento poetico con testo bifronte (33 versi): qui è stata dura. Scrivere con testo bifronte – poesia o prosa – è un ottimo esercizio per costringerci ad esplorare la lingua italiana nei recessi più remoti.

Non pensi che siffatta lettura richieda un grado di “pazienza” cui i lettori odierni sono disabituati? Chi ritieni possa essere il “lettore tipo” del tuo poema?

I primi ‘Canti’ sono tranquilli e semplici, anche per introdurre il lettore in maniera morbida e possibilmente illuderlo che sia tutta una passeggiata. Via via la lettura si fa più impegnativa, perchè si realizza una sorta di crescendo in termini non solo drammatici ed ‘infernali’ ma anche di complessità lessicale. I lettori potenziali possono situarsi tra gli appassionati, a vario titolo, della lingua italiana: in caso di vocaboli ‘meno conosciuti’, le note a piè pagina sono a disposizione per chiunque. Chi fosse particolarmente dotto in materia può trovare forse spunti di indagine per altri aspetti di ordine linguistico.

Credi che i media contemporanei (se ritieni, opera le dovute distinzioni) abbiano contribuito e/o contribuiscano – dalla nascita della radio in poi – a divulgare conoscenza linguistica o invece a prosciugarla, in una sorta di “analfabetismo di ritorno”? Come leggi, in tal senso, la divulgazione televisiva di Alberto Manzi e quella oggi svolta soprattutto da Internet e Social, con le relative sopraggiunte esigenze di immediatezza e “velocità”?

 I ‘media’ attuali, in termini di conoscenza linguistica come per qualsiasi altro campo dello scibile, offrono di tutto. Non credo che il problema sia cosa trovare, ma cosa cercare. Dipende da cosa uno cerca, o vuole.

Quale ritieni – ti chiedo un punto di vista strettamente personale, legato alla tua propria sensibilità – sia il valore maggiore dell’opera di Dante, quello semantico o quello semiologico?

Non ho titoli nè competenze per esprimere considerazioni intorno all’opera dantesca. Ritengo comunque sommessamente (si fa per dire sommessamente) che nelle espressioni d’arte (o che aspirino ad esserlo; diversamente il problema non si pone) il ruolo del significante assuma un rilievo primario rispetto al significato. Non si deve tuttavia credere, specie in campo letterario e specificamente poetico, ch’io non apprezzi le argomentazioni rivolte ai contenuti: le considero infatti una terapia infallibile, quando soffro di insonnia.

Ha altri scritti nel cassetto? Se sì, può darci qualche anticipazione?

 Nessuno. Attualmente sto lavorando alla concertazione ‘musicale’ (non strumentale: musicale) della Sinfonia D759 di Schubert. Non molto tempo fa ho cercato di lanciare un progetto intorno a celebri Klaviertrios (Beethoven, Schubert, Schumann Mendelssohn, Brahms ed altri) ma con i musicisti non mi è stato possibile realizzare alcunché.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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