L’inferno

inferno 1Marco Maria Orlandi è autore sconosciuto ai più, ma di competenza linguistica rara e di enciclopedica preparazione filologica: chi altri mai avrebbe osato cimentarsi in un componimento di 4672 endecasillabi, suddivisi in terzine a rima incatenata (lo schema ABA BCB CDC), tipiche della “Commedia” dantesca, per di più utilizzando in massima parte la lingua coeva del sommo poeta? Ben pochi temerari, crediamo…

L’autore immagina che l’io narrante sia un paziente ospedaliero il quale, pellegrino attraverso i numerosi reparti (equivalenti ai gironi infernali) ospedalieri, esplora l’intero complesso (L’Inferno del titolo, appunto), incontrandosi (non di rado scontrandosi) con pazienti (ma anche medici e paramedici) estremamente eterogenei in quanto a “vizi”: il viaggio del protagonista diventa una vera e propria “odissea delle bestialità” (certamente tragicomiche, paradossali, incredibili talora) del genere umano, nonché, ad un livello interpretativo più profondo, metafora della miseria dell’esistenza.

A ben vedere, il merito maggiore di Orlandi risiede non tanto nell’intreccio narrativo – pur originalissimo – quanto piuttosto nel gusto estetico del cesellare sillaba per sillaba, verso per verso, canto per canto, una lingua foneticamente affascinante: un modo arguto e vigoroso per affermare la bellezza del “significante” rispetto al “significato”, il primato della “forma” sulla “sostanza”, l’orgoglio della semiologia sulla semantica, il gusto per l’armonia eufonica e per la struttura “musicale”; in sostanza, l’autore pare sottendere che il “mezzo” linguistico, a seconda di come venga declinato, contribuisca esso stesso alla modulazione del messaggio.

Indubbiamente, un libro per palati fini, un divertissement per quanti siano dotati di una buona dose di umiltà (atta ad ammettere la propria ignoranza linguistica), di notevole pazienza e di tempo a sufficienza (necessari per leggere a fondo e comprendere le numerosissime note esplicative), quantunque preziosa risorsa – perché no, paradigmatica – per semplici curiosi ed appassionati, meglio ancora se filologi e/o glottologi.

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