Nell’arte dell’io

nell'arte dell'io 1Il valore aggiunto di Riccardo Grechi risiede principalmente nella purezza con cui intaglia il verso, l’aforisma, scegliendone attentamente i lemmi, “prendendosi cura” non soltanto del senso, bensì della fonetica e persino dello spazio occupato all’interno della pagina: la parola si concreta, suda, s’ingiallisce, tracolla, facendosi corpo e materia, divenendo in tal senso tutt’uno col fruitore, a questi immolata dalla foga feconda dell’autore.

Nell’arte dell’io, il titolo della silloge, può esser dunque fuorviante: di “artistico” in senso manieristico, usuale, iconicamente letterario c’è poco, poiché è vita vissuta quella che palpita nei versi solitari e ribelli, alla deriva nel mare grommato ed inquieto del foglio: lo scrittore distilla anni di emozioni in un condensato spazio-temporale sovente grondante vitalità (connotata non di rado pessimisticamente).

«Datemi una donna che profumi di poesia», invoca e grida il verso, sconvolto e sgomento dalla vacuità dell’apparenza: «condannàti alla più mera finzione» altrove constata, vergando aforismi di ampio respiro («e sarà vita sin quando la nostra passione sovrasterà le nostre paure») capaci di una sintesi felice ed efficace: soddisfacente.

Un diario essenziale che sublima l’esperienza personale in un ermetismo tanto consapevole quanto naturale: «[…] qualcosa di vero, autentico, incondizionato» è non soltanto l’auspicio di uno dei suoi componimenti, ma, a chi ne sappia cogliere le variegate sollecitazioni, l’opera stessa dell’autore.

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