Intervista a Gina Scanzani

Dopo aver letto il romanzo “Eccomi ci sono ancora”, l’autrice Gina Scanzani ha risposto così alle nostre domande.

Sin dal titolo, il tuo sembra un grido alla vita, come a dire “nonostante tutto ce l’ho fatta”, “io sono qui”, “sto andando avanti”: è una lettura corretta?

Il titolo è di per se un grido alla vita, per me un’incitazione ad andare avanti senza cedimenti. “Eccomi ci sono ancora” raccoglie frammenti di vita e un messaggio di speranza che funge da augurio per quanti devono confrontarsi con la malattia o quanti stanno attraversando un brutto momento della loro esistenza. “Ricordarsi di dire ogni giorno che ci siamo”, è un po’ come dire grazie vita. Per cui, eccomi ci sono ancora e viva la vita sempre!

Quanto è stato terapeutico e quanto difficile mettere a nudo le tue proprie fragilità, non solo legate alla malattia ma intrinseche nel tuo modo di essere e “amplificate” proprio dalla lotta spossante contro il tumore?

Scrivere questo libro ha segnato l’inizio di un percorso terapeutico, un viaggio iniziato nel 2012, che mi ha permesso di conoscere e valorizzare le mie forze proprio analizzando le fragilità che emergevano al momento. Come spesso accade è nella debolezza che si conosce la vera forza. In quegli istanti, non ho avuto problemi mettermi a nudo e parlare del tumore, sentivo che era necessario e doveroso far conoscere la mia storia per il bene dell’umanità. Aver scritto il libro in un momento cruciale della mia esistenza ha significato molto, facendomi sentire meno la paura di vivere.

Se dovessi visualizzare in un breve storyboard il percorso che parte dalla salute, attraversa la tempesta del male per poi lentamente alla luce tornare, quale immagine useresti? Se le parole hanno un senso, quali ti senti di usare verso quanti stanno ora combattendo la tua medesima battaglia?

In una sequenza userei una sfumatura di colori caldi che possano ispirare fiducia a chi sta vivendo la malattia. Ho trovato tanta forza osservando i tramonti, nei colori del cielo, nella pace della sera. Sono dell’idea che la felicità è nulla senza la libertà e noi non saremo mai felici se non fossimo liberi! Per accompagnare chi sta soffrendo di tumore porto sempre l’esempio di un gabbiano ferito: guardando il volo degli uccelli, non possiamo sapere se il gabbiano che stiamo osservando ha un’ala ferita oppure no! Con tutto ciò l’immagine che si respira è netta… di libertà assoluta, di chi solca i mari e sfrutta le correnti con la forza del vento. Quel gabbiano potresti essere tu, quindi impara a volare e non arenarti sul primo scoglio.

Da cosa deriva la scelta di far seguire al diario le poesie, e soprattutto i corsivati lampanti, introduttivi ai capitoli?

Mi piace pensare che la poesia possa essere la spiegazione a tanti mali e chi la sa leggere è avvantaggiato rispetto a molti lettori, poichè comprende e intuisce l’animo dello scrivente. Nella mia vita di scrittrice la poesia è arrivata molto tempo prima, mi rappresenta, e come tale è parte di quel vissuto che fonda le radici nella mia anima. La poesia è un mondo che mi ha sempre affascinata. I corsivati lampanti non sono altro che un blando tentativo di scrivere frasi che simulassero e somigliassero a degli haiku [componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo, generalmente composto da tre versi N.D.R.ad introduzione del capitolo.

Spesso toccare manu propria la sofferenza fa apprezzare cose che troppe volte – con atteggiamento colpevolmente superficiale – si danno per scontate (il benessere psicofisico, ad esempio): oggi, alla luce della tua esperienza, ti reputi una donna felice?

Questo vissuto mi ha insegnato a vivere! La sofferenza è una scuola molto importante della vita, non andrebbe mai presa sottogamba. La sofferenza insegna a vivere e ad amare se stessi, ma soprattutto a guardare alla vita a testa alta senza porsi troppe domande. L’importante è guardare al domani con fiducia se si vuole uscire vittoriosi. Toccare con mano la realtà spesso può far male, ma diviene necessario se si vuole apprendere dalla vita e non appendere al chiodo la stessa.

Alla luce di quanto vissuto mi reputo una donna felice e realizzata. Dico realizzata perché non ho ceduto alla malattia, bensì è diventata una mia amica, grazie alla scrittura!

Grazie alla disponibilità dell’autrice, e in bocca al lupo!

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