Intervista a Elìaba (Donato De Francesco)

Dopo aver letto il romanzo “Fuori dal baratro! Cultura cittadina e perversioni moderne”, l’autore Elìaba (Donato De Francesco) ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, qual è stata la scintilla che ti indotto a dar vita ad un’opera – “manualistica”, più che meramente narrativa – così peculiare e sui generis?

Premetto che non sono né uno scrittore né – tantomeno –  un ricercatore di tradizioni cosiddette popolari. Figlio di contadini, frequentando le aule scolastiche, avevo rinnegato le mie origini e, sulla scia delle opinioni più diffuse, mi ero convinto che quella dei miei progenitori fosse una “subcultura” appena sufficiente alla mera sopravvivenza.

Lavorando in Rai come programmista-regista ho incontrato Antonio Angelucci, un vecchio contadino analfabeta con il quale ho realizzato un programma dal titolo “Zì ‘Ntonie: un personaggio che non fa storia” (ancora reperibile su YouTube). Questo vecchio fu una specie di rivelazione e risvegliò in me un bagaglio culturale che mi portavo ancora dentro, anche se inconsapevolmente.

Rimeditando su ciò che andavo ascoltando da Zì ‘Ntonie è venuto gradualmente alla luce un libro a dir poco sconcertante che non si propone di convincere qualcuno a riconoscere la ricchezza e profondità di una cultura “altra” ma, piuttosto, vuole essere un invito al lettore, non del tutto ottenebrato da pregiudizi, a rimeditare certe sue radicate convinzioni (per esempio sull’analfabetismo contadino visto come effetto di una condizione socialmente arretrata e non – come in effetti era – frutto di una consapevole scelta), convinzioni, dicevo, le quali più che frutto di riflessioni proprie sono spesso l’esito di un vero e proprio “plagio” indotto da professionisti di menzogne.

Il libro risulta sconcertante anche perché, fatti cadere i paraocchi, tenta di portare alla luce le brutture, le falsità e i disvalori di cui si è nutrita e tuttora si nutre l’arrogante cultura egemone di origine urbana.

Zì ‘Ntonie, di cui nel libro riporti fedelmente gli ideali e il modus vivendi, è espressione di un universo – quello contadino più autentico, alieno dagli scimmiottamenti che tanto oggi vanno di moda – perduto e vilipeso, deriso, quando non rimosso: quanto di quel “corpus mentale” condividi? Cosa invece ti è estraneo?

Pur essendo fra quelli che avevano rinnegato le proprie origini, la casuale convivenza con un mondo “falso” per antonomasia (qual è il mondo dello spettacolo) ha certamente contribuito a farmi rimpiangere la viva schiettezza del mondo da cui provenivo.

Oggi non solo condivido pienamente il modo di pensare e di vivere dei miei antenati, ma sono arrivato alla convinzione che il mondo agro pastorale aveva elaborato una cultura “sola” che avrebbe potuto salvare l’umanità dal baratro rendendo nel contempo vivibile una esistenza fatalmente condannata a graduale degradazione. Ovviamente tale degradazione è causa di sofferenza sempre più pesante che, se non accettata per fede, non può che condurre alla disperazione.

Oggi niente di quel mondo culturale mi può essere estraneo anche se, purtroppo, non esiste più: è un mondo finito, morto in quanto ucciso brutalmente da inconsapevoli “assassini” chiamati “civilizzatori” dei quali, almeno in piccola parte,  io stesso sono stato complice.

Il conflitto fra ragione e fede appare centrale nell’opera; il protagonista sostiene che bisogna “affidarsi” (abbandonarsi con infinito trasporto), nel senso più religioso e metafisico del termine, a Dio, recuperarne il mistero arcano e insolubile, diffidando quindi tanto di una fede storicizzata quanto di una razionalità onnipervasiva e mendace: è una lettura corretta del messaggio dell’anziano sapiente?

Il conflitto non è tra ragione e fede, bensì tra ragione “ipertrofica” e fede: è la ragione si è andata gradualmente deformando dopo il peccato originale. Ma ciò che l’ha resa mostruosamente “ipertrofica” è la scuola; con il suo metodo di apprendimento la scuola istituzionale rappresenta una palestra di ipertrofia spirituale (spirito e ragione sono la stessa cosa).

La cultura agro pastorale era essenzialmente religiosa e partiva dal presupposto che l’uomo è un essere congenitamente “malato” e umanamente incurabile; di qui la necessità di affidarsi ad un medico soprannaturale (Gesù-Dio), l’unico in grado di tenere sotto controllo la “malattia” della ragione umana.

La terapia prescritta era la rinuncia, il sacrificio, la sofferenza accettata, la preghiera e l’analfabetismo; solo i poveri di spirito potevano essere capaci di sottomettersi ad una tale cura, difficilissima da praticare senza l’aiuto della fede, la fede vera e non quella dottrinaria e “consapevole” che è una invenzione della stessa ragione malata, ossia è una ideologia religiosa che, come tutte le ideologie, induce a pensare bene e a razzolare male.

Secondo Zì ‘Ntonie (che non era un uomo sapiente ma solo un uomo saggio) gli uomini non avrebbero dovuto sforzarsi di “conoscere”  Dio ma si sarebbero dovuti affidare a lui come i bambini si affidano ai loro genitori: l’unica “conoscenza” della realtà lecita all’uomo era quella conseguita con la partecipazione simultanea e paritaria di tutte le facoltà umane (ragione, sentimento, intuito, ecc.).

In cosa è insanabile la dicotomia fra città – metropoli e campagna – paese? Qual è la misura della qualità di vita che farebbe propendere per la vita nel piccolo centro rispetto a quella in più ampi agglomerati?

Per la cultura agropastorale la città era vista come un “focolaio cancerogeno” meta di aspiranti parassiti, i quali ( a imitazione delle evolutissime cellule cancerogene le quali vivono e si riproducono celermente consumando le energie prodotte dalle cellule sane) esercitando attività in gran parte superflue, ingrassano sulla pelle dei veri produttori di ricchezza.

Gli stessi piccoli agglomerati urbani erano visti e temuti come “metastasi” del grande focolaio, anch’essi culla di una ibrida subcultura popolaresca funzionale al parassitismo. I contadini, al contrario, praticavano un tipo di cultura che li induceva ad essere simultaneamente produttori e fruitori di ciò che essi stessi ideavano e realizzavano, rifiutando ogni forma di mediazione e commercializzazione.

Questa autosufficienza li rendeva veramente liberi e non degli schiavi di fatto cui sono ridotte le persone di oggi, tutte dipendenti da una miriade di “specialisti” senza i quali non si riesce più a sopravvivere.

Il libro appare anche – paradossalmente, se si considera la centralità della serena accettazione della volontà divina – un inno alla diversità, all’autonomia rispetto ad una società basata su finti ed effimeri valori, alla libertà di pensare con la propria testa, alla leggiadria di un animo emancipato dalla melma dell’apparenza, alla bellezza di una immersione totale nei ritmi naturali di tutti gli esseri viventi: come conciliare l’idiosincrasia (per Zì ‘Ntonie, inesistente) fra abbandono a Dio e arbitrio umano?

L’insanabile dicotomia fra abbandono a Dio e libero arbitrio esiste solo nella cultura laico razionale, in cui Dio è visto come una specie di “tappabuchi” tenuto a riparare gli errori commessi e i danni prodotti dall’uomo razionale. La ragione umana, infatti, credendo di essere (o comunque di poter diventare) onnisciente si avventura per strade che quasi sempre conducono al disastro; pretende poi l’intervento divino per riparare i danni. E, dopo, si sente pure offeso nella sua dignità e libertà.

Nella cultura contadina la discrasia di cui sopra non esisteva. Il libero arbitrio per gli abitanti dei campi era limitato all’ammissione o meno di essere “malati”, impotenti e bisognosi di aiuto: solo avendo questa consapevolezza ci si poteva affidare fiduciosi all’intervento divino che, per esperienza diretta non deludeva mai.

Nel mondo contadino i miracoli erano quotidiani e venivano vissuti come se fossero eventi normali.

In un passaggio del volume, l’anziano sottolinea che la croce – oggi spesso dimenticata – è transizione necessaria e propedeutica alla resurrezione: questi coevi tempi bui sono dunque necessari e catartici prima di una rinascita del genere umano, o della sua definitiva trasfigurazione in quid di decisamente migliore?

Nella cultura agropastorale che, come ho già detto era una cultura essenzialmente religiosa, la Croce rappresentava un passaggio obbligato per la risurrezione dell’uomo: la sofferenza era vista e vissuta come la “medicina di Dio” e come medicina andava accettata se non addirittura benedetta.

Al contrario, la sofferenza subìta con rabbia, rifiutata e possibilmente scaricata sugli altri o rimossa ricorrendo a droghe varie, secondo i contadini, non solo non arrecava alcun beneficio ma, anzi, induceva l’uomo all’autodistruzione nonché alla dannazione dell’anima.

Secondo Zì ‘Ntonie, nessuna catarsi è possibile se l’uomo non abbraccia la sofferenza con fede e non la vive come un privilegio.

L’uomo di oggi, purtroppo, pur ritrovandosi in una condizione angosciosa per aver imboccato una strada sbagliata, non accetta la sofferenza e, non potendo più scaricarla sugli altri (che si son fatti tutti più furbi) tenta di rimuoverla ingozzandosi di droghe di vari tipi, droghe che placano momentaneamente la sofferenza per farla poi ripresentare ancora più dolorosa e insopportabile. Comunque, secondo Zì ‘Ntonie, il nostro Dio avendo pena di questa stolta umanità che rifiuta la sua “medicina” tollera anche lui l’uso di piccole dosi di droga per alleviare sofferenze troppo grandi. Ma guai ad abusarne.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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