Fuori dal baratro! Cultura cittadina e perversioni moderne

fuori dal baratro

Zì ‘Ntonie è un anziano dell’entroterra abruzzese, un contadino ultracentenario ignorato dalla civiltà coeva, come tutti quelli della sua specie. Pure, zì ‘Ntonie ha tanto da dire, come dimostrato dalle pagine – intense, ribelli, talora rabbiose – di “Fuori dal baratro! Cultura cittadina e perversioni moderne”, in cui l’ottimo Elìaba (pseudonimo di Donato De Francesco) ripercorre anni di confronti con l’anziano sapiente.

«La città oggi è diventata la folla delle solitudini mentre le comunità contadine di un tempo rappresentavano la comunione delle differenze»: il volume è tutto giocato sul dualismo – insanato e insanabile – fra la cultura moderna e “cittadina” (violenta, alienante e “blasfema” al punto da invertire il senso di salute con quello di malattia, quello di emancipazione con quello di esclusione) e quella contadina, meglio ancora si dica agropastorale, in quanto ben distinta dall’ibrido suburbano che la scimmiotta e la svilisce.

La prima «è cultura dell’apparire e non dell’essere; è la cultura dell’ingordigia e non della temperanza; della presunzione e non dell’umiltà; del piacere e non della gioia; del possesso e non dell’uso; dell’eccezione e non della regola; del dissidio e non della comunione; del dominio e non del servizio; è la cultura dell’esibizione e non della riservatezza, dell’accaparramento e non del dono…».

L’autore, attraverso zì ‘Ntonie, dà voce al flusso “istintuale” dell’anima, direttamente connesso al senso più profondo (e, oggi, perduto) dell’essere umano: una sostanza genetica, intrinsecamente umana, dunque viva al pari di ciascuno di noi, ben lontana dallo strutturalismo laico – razionale, mnemonico e codificato, statico, fossilizzato, degli “esperti” e della scuola, che ha oggi l’unico, indiscusso obiettivo di creare “pacchetti nozionistici” atti a preservare e perpetuare lo status quo, attraverso automi acritici portatori inconsapevoli – nel peggiore dei casi, persino boriosi – dell’uniformazione del pensiero individuale a quello collettivo imperante.

A ben vedere, il narratore paventa il ritorno alla sacralità (nel senso più religioso del termine) dell’essenza in contrasto con quella della forma, conseguenza quest’ultima di una razionalità ipertrofica che – lungi dal considerare l’uomo quale parte del Creato e dunque creatura fra le creature – mina proprio l’aspetto più profondo e mistico dell’umanità: occorre accettare l’imperscrutabile mistero di cui noi stessi siamo testimonianza, arginare la ragione per fare spazio al senso autentico (ma anche semplice, originario, spoglio e deritualizzato) del divino quale motore di ogni umana vicenda.

Cristo ha ricordato, reificandosi, che l’uomo deve morire, prima di risorgere e circonfondersi della luce del Padre: la civiltà odierna obnubila le coscienza ed ha velleità di conoscenza persino dell’inconoscibile, disconosce il mistero, ostracizzandolo quale (presunto) limite di una libertà che somiglia a libertinaggio sadomasochistico nei confronti di sé, della Terra e degli altri esseri viventi.

Un libro ch’è testimonianza di un modus vivendi vilipeso, deriso, marginalizzato, infine ignorato: una lettura indispensabile per quanti vogliano guardare in faccia alle miserie proprie e del contesto storico e sociale (ma anche religioso ed economico) in cui siamo immersi, il quale lentamente – ma inesorabilmente – uccide l’essenza più libera, armonica e leggiadra di ciascuno di noi.

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One thought on “Fuori dal baratro! Cultura cittadina e perversioni moderne

  • Complimenti per la recensione mi pare che lei abbia colto il vero significato del libro
    Grazie Donato De Francesco

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