Intervista a Valentina Barile

Dopo aver letto il romanzo “MineViandanti sull’Appia Antica”, l’autrice Valentina Barile ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, il titolo, che riecheggia un notissimo film di Ferzan Özpetek (“Mine vaganti”): cosa il tuo libro ha in comune col film, oltre all’assonanza acustica dei titoli?

Beh, tengo a precisare, come faccio nel libro, che le “mie” minevaganti non hanno molto a che vedere con i personaggi del regista Özpetek. In quel caso, sono chiusi in quel preciso contenitore di dinamiche familiari e personali e, seppure mostrino delle punte estreme di comportamento, si discostano dallo status delle minevaganti su cui faccio luce. Le minevaganti di cui parlo le studia lo psichiatra Andrea Seganti: gente che ha un turbinio interiore, più concentrata sulla risoluzione di esso che sulle dinamiche esterne, di cui prende parte ma in modo effimero. Lì, invece, si mettono in gioco di più. Se possiamo dirla così.

La via Appia è stata recentemente, come tu stessa ricordi nel corpo del volume, “riscoperta” da Paolo Rumiz, in un libro divenuto bestseller (“Appia”): in cosa risiede il legame col suo volume, e quali gli aspetti che lo differenziano dal tuo?

Sono legata a Paolo Rumiz dal punto di vista umano, innanzi tutto. Per la stima e l’affetto reciproco. Poi, mi sono avvicinata di più dall’Appia in poi. Ho percorso la via Appia avendo il suo “Appia” come vademecum. Il mio lo definirei una costola, piuttosto. Un figlio. In comune hanno l’esplorazione, la ricerca dell’umano, dell’umanità sull’Appia, della riscoperta di una nuova vecchia via che solca l’Italia, da Roma a Brindisi. In comune hanno la consapevolezza, di diverso hanno la costruzione. “Appia” di Paolo Rumiz è arricchito di cartografia, di mappe. Il mio non ne aveva bisogno perché è stato concepito così, non aveva senso farlo, se devo essere sincera. Io volevo riportare, appunto, il mio viaggio, il mio diario di viaggio sulla via Appia. Il mio rafforza l’idea che si può partire per l’Appia, che si può fare non solo a piedi, seppure l’Appia, quella vera, non la puoi fare su un mezzo gommato. (Il viaggio di Paolo è a piedi).

Il suo “Appia” è la riapertura di questa via ai tempi nostri, io la via l’ho trovata aperta, ecco.

Il tuo libro sembra esser un inno al viaggio non solo quale scoperta dei luoghi, ma scoperta di sé, oltre che trait d’union fra sensibilità diverse (incarnate da Valentina e Federica), conciliabili appunto attraverso la dimensione del viaggio stesso: sono interpretazioni corrette?

Sì, ci siamo come interpretazione. Il fatto di essere diversi non vuol dire di non avere principi comuni. Essere diversi, in qualche modo, aiuta a essere in sintonia sulle cose in generale. Certo è che una base comune esiste quando si scelgono le persone nella tua vita. Soprattutto, quando si tratta di fare esperienze così. Non puoi partire con una persona che deve sapere dove va a dormire già dal mattino. Non so se mi spiego. Non puoi partire con una persona che intende fare i propri bisogni solo in luoghi naturali, non puoi partire con una persona che porta con sé più bagagli che contenuti, questo mi sembra chiaro. Valentina e Federica sono impastate allo stesso modo con sfumature diverse.

Ogni viaggio presuppone anche un ritorno: a che punto credi sia il caso di fermarsi, di tornare ai propri affetti, alla propria vita quotidiana?

Non c’è un momento in cui vuoi tornare quando stai bene in viaggio. La differenza è quando devi tornare perché te lo impongono i fattori esterni come il lavoro, le scadenze, il mondo. Ho fatto vacanze in cui volevo tornare il giorno stesso. Per questo ho smesso di farle le vacanze, da tempo. Per me esiste il viaggio, e il viaggio lo fai con chi sai che puoi farlo, con chi non vorresti mai che finisse.

Pensi abbia ancora senso declinare l’emozione del “viaggio” con quella del “mistero” (inteso come suspance, ignoto, improvvisazione) laddove oggi siamo immersi in una realtà ipertecnologica in cui è praticamente impossibile non “lasciare tracce” del proprio passaggio, né, quindi, passare inosservati?

A prescindere dalla realtà, puoi vivere il viaggio come vuoi, anche in base alle contingenze. Noi abbiamo scelto di condividerlo in rete per farlo arrivare ai più, anche a chi conosce solo la rete. Vedi, credo fermamente che in ogni cosa, entità c’è del positivo. È il modo di gestirle queste cose, queste entità che fa la differenza. Noi volevamo che la via Appia girasse sui social network e così è stato. Abbiamo generato interesse nei contatti e quando, personalmente, mi annoiavo di comunicare il luogo in cui eravamo, o ero stanca e più concentrata alla dimensione del viaggio, mi arrivavano messaggi in privato per sapere dove fossimo, quale luogo avessimo toccato in quel determinato giorno. E mi faceva piacere. E cambiavo idea.

Hai altri lavori nel cassetto? Nel caso, puoi darci qualche anticipazione?  

Ho altri lavori nel cassetto che resteranno nel cassetto e ho lavori da produrre, che saranno il frutto di altri viaggi che ho programmato, figli dell’Appia. Non dirò di più. Sarà una sorpresa per me e per chi mi vuole bene e mi segue.

Grazie alla disponibilità dell’autrice, e in bocca al lupo!

Mettetevi in viaggio!

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