Robert Walser. Tracce

robert walserNon è facile accostarsi alla defilata e per molti versi criptica personalità di Robert Walser, scrittore – ma meglio si dica pensatore libero, rivoluzionario, persino “anarchico” nella connotazione più ampia del termine –  vissuto, per lo più in solitudine, fra la fine dell’ ‘800 e gli anni ’50 del ‘900: pure, Umberto Maffucci, nel suo Robert Walser. Tracce ha riempito di contenuti – apparentemente disparati e “schizofrenici”, esattamente come la suddetta personalità – l’aura di sgomenta indecifrabilità che da sempre avvolge il poeta elvetico.

Molti, in passato, hanno provato a decodificare, scardinandolo, il pensiero di Walser, ma la modalità con cui vi si sono cimentati ha essa stessa negato l’accesso al cuore pulsante dell’opera walseriana: qual è infatti la ratio del tentativo di “incasellare” rigidamente una produzione eclettica, tragica e gioiosa insieme, composta per lo più da insight letterari slegati fra loro e “naturalmente” eterogenei?

Il volume, quindi, dichiaratamente si presenta alla stregua di una “riscoperta peripatetica” sulle tracce – più sensato sarebbe dire “indizi involontari” – di Robert Walser (il quale prediligeva egli stesso tale modalità cognitiva; si pensi all’opera “La passeggiata”, del 1917) e di quanti (Carl Seelig, Walter Benjamin, Robert Musil, Franz Kafka, Herman Hesse, Vila-Matas, fra gli altri), hanno parlato, più o meno approfonditamente, di lui: impresa notevole, quella di Umberto Maffucci, che ha condensato in un centinaio di pagine le testimonianze dell’ “anelito alla sparizione” del poeta svizzero, citandone – come in un mosaico destrutturato e dunque formalmente antinomico – sprazzi di opera e vita.

E’ noto, infatti, a quanti si cimentano con l’opera walseriana, quanto Walser intenda la vita “come una tranquilla disintegrazione dell’io.  Una disintegrazione che ha come esito il silenzio”; proprio quel silenzio in cui lo scrittore si immerge durante i lunghi anni del manicomio, e che lo accompagna sino alla morte – essa stessa simbolica – sopraggiunta un pomeriggio di Natale, dolcemente, nel corso di una delle numerose passeggiate solitarie: Walser afferma (con la vita e l’opera, e l’opera che si fa essa stessa vita), che il progressivo annullamento dell’io – apparentemente, un “non essere” – conduce invece alla forma più pura, alla sublimazione dell’ “essere”.

Il contenuto del libro si presenta, sin dalla copertina (una distesa di neve solcata da un passeggiatore solitario, opera dello stesso Umberto Maffucci), quale allusione, eco, “desistenza” alla vita ch’è tuttavia emblema ancestrale e puro, dunque sostanziale, dell’esistenza, declinata con “naturalezza” e in quanto tale, pulviscolo imperscutabile e frammento dissoluto d’infinito.

RICHIEDI IL LIBRO ALL’AUTORE alla mail umbertomaf@tim.it

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