Intervista a Umberto Maffucci

Dopo aver letto il romanzo “Robert Walser. Tracce”, l’autore Umberto Maffucci ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto, da cosa deriva la scelta di pubblicare il tuo primo libro – dopo una gestazione lunga e “aporetica” – proprio su Robert Walser? La tempistica è legata alle difficoltà della scrittura in sé o piuttosto al personaggio in questione?

Direi piuttosto al fatto che il libro ha subìto molti ripensamenti, non tanto rispetto al testo in sé, quanto piuttosto al fatto che Walser voleva essere dimenticato. Era giusto voler scrivere di Walser? Non lo so. Ancora non sono convito di aver fatto una buona scelta. Dico solo che, alla fine, ha prevalso la mia ammirazione per lo scrittore.

Se dovessi illustrare, tentando di spiegarla, al grande pubblico – quello dei non addetti ai lavori – la parabola creativa e esistenziale di Walser, come lo faresti?

Rispondo a questa domanda riallacciandomi a quanto prima asserito. Non credo di voler illustrare niente: Walser è il classico scrittore che ci ammalia o ci respinge; rapportarsi a lui è sempre un prendere o lasciare. Chiunque legga Walser può ammirarlo incondizionatamente o respingerlo in toto. Si tratta piuttosto di essere scelti dai suoi libri e di condividere qualche segreta attitudine con lo scrittore, attitudine che spesso non è chiara nemmeno al più incallito ammiratore.

Perché ritieni importante ed attuale il messaggio di Robert Walser, tanto da dedicargli la tua prima opera edita?

È una domanda molto complessa, la cui risposta andrebbe articolata in modo preciso. Dico solo che in un mondo in cui si assiste alla sovraesposizione mediatica di personaggi, pseudo artisti o presunti tali, andrebbe riscoperto il valore del silenzio. Ma non è solo questo. A volte ognuno di noi credo sia costretto a confrontarsi con la bêtise, anche con la propria. Uno dei modi per eluderla può essere un processo di auto -sottrazione al mondo, operando un’adesione al proprio tempo nel modo di uno scollamento. Walser, durante gli anni della prima guerra mondiale, sapeva bene del grande macello che si consumava in Europa. Eppure nei suoi scritti non ne parlava mai, nemmeno per dirne male. Ciò avrebbe comportato lasciarsi invischiare dall’orrore, almeno a livello dialettico. Walser si rifiutò. Alla maniera di Bartleby lo scrivano (personaggio dell’omonimo scritto di Melville), egli “ha preferenza di no”. Un modo eccellente per non affermare un’adesione al negativo del presente. E per alcuni aspetti, questa sua avversione dialettica mi ricorda il più antidialettico dei filosofi del Novecento: Gilles Deleuze.

Walser trascorse oltre vent’anni in manicomio, prima di morire un pomeriggio di Natale, durante una passeggiata solitaria; come valuti la scelta della solitudine, del contatto simbiotico con la natura, dell’immersione nel silenzio e della tensione verso l’infinito e l’assoluto? Poteva esistere altro modo, a tuo parere, per lasciare eredità sì originale e importante, se l’autore avesse fatto una scelta di vita meno radicale? Pensi, in altri termini, che l’alienazione da sé e più ancora dagli altri, l’esperienza della pazzia (che lo accomuna a vari altri letterati: Sibilla Aleramo, Dino Campana, Poe, Baudelaire, Alda Merini, John Nash, Francis Bacon…) siano l’unica modalità di accesso ad una consapevolezza “superiore”?

Non sono sicuro di saper rispondere a questa domanda. Walser era pazzo? E poi, se come dice Foucault nella sua “Storia della Follia”, essa si connota per l’assenza di opera, per l’incapacità di discorso, come si può affermare che Walser fosse pazzo? Per lui, come per gli autori che citi nella domanda, dovremmo forse parlare, sempre per usare le parole di Foucault, piuttosto di s-ragione, ovvero di una ragione oscura, sempre pronta a trasmutarsi nel suo altro. Tu dici “eredità di Walser”. Anche questa parte della domanda è molto complessa. Assodato che non si può scrivere come Walser – ma come di chiunque altro, se non facendone la parodia – , parlare in termini di eredità di Walser significherebbe piuttosto riflettere su cosa noi, di questa eredità, ne abbiamo fatto; significa assumere una responsabilità rispetto ai suoi testi, all’uomo, al suo pensiero e alla sua parabola esistenziale, un po’ come Derrida nei riguardi di Marx nel suo “Spettri di Marx”. A costo di ripetermi, l’eredità walseriana risiede nel fare in modo che l’intollerabile dei tempi mai prenda il sopravvento e mai ci veda corresponsabili del disastro.

Non senti di aver un po’ “tradito” la memoria dell’autore, che in vita fece di tutto per “dissolversi” nell’anonimato, scrivendo questo libro?

Si. Ma lo ammiro troppo per non scrivere di lui.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *