Mineviandanti sull’Appia Antica

mine viandantiApprofittando di un fotoreportage, Valentina e Federica, giovani “MineViandanti”, decidono di intraprendere uno dei cammini più suggestivi fra i tanti che la penisola offre: l’ “Appiaviaggio” le conduce – a bordo di un’auto generosa ma “zero comfort” – a ripercorrere in una settimana la via Appia, cui Paolo Rumiz (che l’ha percorsa a piedi nell’arco di qualche mese) ha dedicato l’omonimo libro, fra i suoi più ispirati.

“Happy” e “Caschetto” – come scherzosamente amano chiamarsi l’un l’altra le protagoniste – constatano che dell’antico cammino, voluto inizialmente dal censore Appio Claudio Cieco nel IV secolo a.C., è rimasto visibile poco; in compenso, partendo dal magnifico Parco dell’Appia Antica in Roma, transitano attraverso luoghi di suggestiva bellezza (Minturno, Capua, Benevento, l’Irpinia del Formicoso, Matera, Gravina di Puglia, Brindisi infine) ed altri di inquietante degrado (Terra dei Fuochi ed ILVA di Taranto, su tutti).

Il volume è particolarmente significativo alla luce della possibilità di una lettura stratificata: una, personale e “intima”, atta a delineare la sensibilità e la personalità di ciascuna delle protagoniste; una seconda, “relazionale” che ben raffigura il rapporto fra Valentina e Federica, complementari – dunque arricchenti l’una per l’altra – pur tuttavia talora confliggenti nell’esser profondamente diverse; una terza, “sociale” in senso lato, che fornisce uno spaccato dell’umanità disparata incontrata lungo il cammino.

Su tutto, è palese l’importanza che la dimensione del viaggio – con il carico di incognite, contrattempi, “timori” – riveste per le due ragazze, i cui sensi sono attenti, “amplificati” e proni ad accogliere quanto di nuovo si presenti loro di volta in volta: esso opera da “reagente maieutico”, tale da consentire, componendosi con il proprio vissuto, una coscienza di sé duttile e dilatata, a fronte di quella, frettolosa ed opaca, della vita “normale” e routinaria.

Un libro godibilissimo che, grazie alla prosa leggera e alla verve istrionica della promettente autrice Valentina Barile, ben si destreggia fra latente comicità e guizzi di vera e propria poesia, offrendo al lettore molto più che un semplice “diario di viaggio”.

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