Intervista a Roberto Di Molfetta

Dopo aver letto il romanzo “Sensibilità”, l’autore Roberto Di Molfetta ha risposto così alle nostre domande.

Sin dal sottotitolo (“Sentire immensamente le cose non è un difetto”), il tuo libro sembra voler “difendere” e riaffermare un modo di essere oggi considerato “perdente”, “superato”: è una corretta interpretazione, dalla tua prospettiva di autore?

Si, spesso la parola sensibilità fa apparire la persona solo fragile agli occhi della persona comune. Invece la sensibilità serve anche per andare oltre la superficie, per scoprire le ragioni profonde delle cose. E’ una risorsa, non un vizio o un difetto, soprattutto se serve a comprendere meglio gli altri nei rapporti interpersonali.

Come definiresti il tuo scritto, così ricco di sfaccettature cognitive (romanzo, saggio, diario intimo, ecc.)? E’ anche uno sfogo nei confronti di un mondo che troppo spesso ignora o non capisce?

Certo, la psicologia delle folle tende ad ignorare l’enormità che si cela dietro i piccoli gesti quotidiani. Ferire una persona sensibile è più facile perché la cultura del rispetto dell’altro non ha raggiunto mai la normalità nel quotidiano. Viviamo ignorando tante cose, che la persona sensibile sa cogliere prima e meglio di altri.

Credi davvero che rinunciare all’amore di un/una compagno/a sia, pur mettendosi al riparo da probabili sofferenze, un modo giusto, vero, pieno di vivere la vita?

Diciamo che oggi l’amore è visto più come un traguardo personale, quasi uno status symbol della felicità, piuttosto che un rapporto appagante e pieno che coinvolge due persone. Dimenticare l’essenza dell’amare è spesso il motivo per cui una persona sensibile tende a chiudersi, perché vivere l’amare pienamente dovrebbe essere la norma non l’eccezione. E’ sempre necessità la solitudine, mai una scelta, anche quando la persona più sensibile nega di aver bisogno dell’altro.

Nello scritto più volte citi il rapporto con tua madre, forse la persona cui maggiormente ascrivi il tuo modo di essere; pensi che tale sensibilità si erediti o è piuttosto un “talento” che viene alla luce con la persona stessa?

Io sento di averla ereditata in pieno. Mia madre soffre se un piccione ha fame, non riuscirei a comprendere di aver preso la mia sensibilità interiore da altra fonte, diciamo che mi è impossibile immaginarmi figlio di un’altra donna!

Nel libro citi il suicidio di un conoscente, “colpevole” di sentirsi inadeguato nei confronti di un mondo superficiale, sadico, finto; la vicenda ricorda da vicino quella delle vittime del bullismo di cui tanto oggigiorno si parla: sapresti indicare una soluzione per arginare una deriva così estrema e – purtroppo – diffusa nella società attuale, e che vada al di là del mero isolamento?

Purtroppo una soluzione pronta, immediata, non c’è. Forse costruire una società non fondata solo sull’avere, ma maggiormente sull’essere, potrebbe essere uno stimolo importante per intellettuali, giornalisti, educatori. Non in maniera superficiale, retorica, ma arrivando all’essenza delle persone. Almeno, provandoci.

Hai in progetto di scrivere altro? E di che genere?

Scrivere per me non è una professione, ma una scelta del cuore: andare nella direzione di condividere il mio bagaglio di osservazioni e di riflessioni con il mondo, per sentirmi più vivo e presente tra gli altri.

Sicuramente, dopo 10 libri scritti in un anno, tra opere tecniche sulla mia professione e scritti di sociologia, verrà sicuramente qualche altra idea. Spero che il pubblico mi segua sempre di più come autore, e non semplicemente mi incontri, seppur incuriosito e interessato, nel mare magnum dei negozi online di libri digitali.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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