Intervista a Ermanno Cavallini

Dopo aver letto il saggio “Il Capitalismo a doppia valvola di sicurezza”, l’autore Ermanno Cavallini ha risposto così alle nostre domande.

Da non tecnico, ciò che per primo balza all’occhio leggendo il volume è l’estrema semplicità con cui viene proposto un argomento intrinsecamente complesso (o, almeno, che i più fra noi sono stati abituati a percepire come tale): in che modo è stato possibile giungere ad un tale livello di intelligibilità?

Credo che questo sia stato possibile perché in effetti io stesso vivo in prima persona le difficoltà che la macroeconomia crea nella vita di tutti i giorni: sono, perciò, stato guidato a maggior ragione del desiderio di capire e rendere comprensibile questioni e argomenti densi e complessi, normalmente tenuti al di fuori della portata di tutti. Questo ha determinato poi anche la ricerca di una capacità di sintesi unita alla volontà di dare la priorità all’individuazione di effetti e cause nell’economia, che normalmente sono invece nascoste da una mole eccessiva di tecnicismi che troppo valorizzano gli aspetti di dettaglio a scapito della necessaria “visione d’insieme”.

Penso inoltre che un contributo importante lo abbia dato la mia poliedrica esperienza lavorativa che mi ha visto sperimentare sia ruoli dirigenziali o di quadro che di operatore di base in diversi contesti anche molto differenti tra loro.

Altro elemento importante credo sia stata la mia più che trentennale esperienza come tecnico aeronautico, pilota e istruttore di volo nel settore dei velivoli leggeri ed ultraleggeri.

Volare migliaia di ore, spesso in situazioni molto spartane, sviluppa una sintesi tra aspetti teorici, pratici ed intuitivi  che rimangono come bagaglio di vita anche quando si affrontano altre sfide. Penso che a questa importante esperienza si debba la “visione d’insieme” indispensabile per questo tipo di opere.

Nel libro appare evidente il tentativo (ben riuscito) di conciliare più voci (ed esigenze) in disaccordo se non idiosincratiche fra loro; la metodologia open source, l’approccio collaborativo e le nuove tecnologie  quanto hanno pesato nella “conciliazione” dei conflitti teorici?

Direi tutte tantissimo, il fulcro della visione che il libro vuol trasmettere è proprio il “brainstorming continuo” necessario a far nascere e crescere processi di “intelligenza collettiva”, metodo che considero cardine per costruire un futuro davvero migliore per tutti.

L’idea base è che nessuno di noi sa tutto, ma ognuno di noi sa qualcosa; bisogna riuscire a mettere in relazione le persone e farle funzionare un po’ come fossero ognuno cellula nervosa di un cervello molto più grande.

La possibilità poi, grazie a Internet, di far interagire persone anche molto distanti è stata essenziale per far crescere una vera e propria teoria economica e sociale che dopo numerose e a volte anche turbolente interazioni è arrivata alla versione 1.4 , anche qui il riferimento al mondo del software non è certo un caso.

Le motivazioni della necessità di limitare la massima ricchezza del singolo appaiono ben chiare nel volume; spazio minore è invece dedicato all’opportunità del reddito di cittadinanza, questione che pure è nell’agenda di alcune forze politiche; può darci qualche altra delucidazione in proposito?

La “prima valvola di sicurezza” – che corrisponde ad una forma di reddito di cittadinanza  già in essere in tutti i paesi europei tranne Italia e Grecia, nonché alla proposta di legge fatta dal movimento 5 stelle in Italia – è essenziale. Nel libro si propone anche una “zona franca” tra i 750  e i 1000 euro  in cui non si percepisce più il reddito di cittadinanza ma non esistono tasse, per favorire la nascita di start-up; questo in effetti non coincide esattamente con le proposte di legge in essere e quindi mi è sembrato più corretto non insistere eccessivamente sulla attuale proposta di legge che valuto comunque assai positivamente.

Inoltre non ho insistito particolarmente su questo concetto anche perché già in qualche modo conosciuto dall’opinione pubblica e sul quale esiste già un dibattito.

Molto più critico il concetto di “seconda valvola di sicurezza” che a molti risulta totalmente inedito e su cui, pertanto, ho più insistito.

Ricordo Inoltre che il libro ha una funzione essenzialmente divulgativa, diretta a risvegliare la consapevolezza dei comuni cittadini per raggiungere la necessaria “massa critica”, ma anche agli esperti di diversi settori che trovano in questo libro un diverso punto di vista da cui guardare una realtà che già conoscono ma che spesso considerano solo “a pezzi” e non nel suo insieme.

Perché, secondo lei, i “paperoni” della terra si ostinano a diventare sempre più ricchi se persino uno studio scientifico (quello di Easterlin del 1974) ha acclarato che il denaro (oltre una certa soglia, almeno) non fa la felicità? E’ forse pura e semplice sete di potere?

Per due potentissimi motivi :

Il primo è che tali studi, prima di Easterlin e poi di altri, sono stati volutamente tenuti sotto traccia da tutto un mondo che si vede da essi messo in crisi nei suoi valori più fondanti. Essendo quindi poco noti non sono entrati a far parte dell’elaborazione collettiva del grande pubblico che non è così in grado di mandare anche ai primi un adeguato feedback.

Ma il più importante sicuramente è che si è attivato un meccanismo psicologico e patologico di una grossa parte di questi “super ricchi” che, per una perversa autodifesa, arrivano perfino a negare non solo agli altri ma anche a se stessi, ciò che non coincide con gli ancoraggi psicologici interni che si sono ormai scelti. In pratica si è attivata una logica tossicodipendente simile a quella del gioco d’azzardo. L’oggetto del desiderio non è tanto il denaro ma il potere sugli altri, che deriva da una ricchezza eccessiva. Mentre in una prima fase dove la ricchezza corrisponde solo al benessere la logica è senz’altro sana, in una seconda, dove questo denaro diventa strumento di potere sugli altri e soprattutto manipolazione del bene comune, si è nella piena patologia.

La presa di coscienza di questo meccanismo ci fa vedere il “super ricco” non tanto come un nemico sociale ma come un malato da limitare anche per il suo stesso benessere.

In accordo con le teorie di Piketty, sul finire del volume si dichiara che la fase di “redistribuzione dei diritti” del secolo XX è stata mera parentesi, e che il lavoro è destinato a somigliare sempre più a moderna schiavitù; quali le motivazioni a supporto di siffatta visione?

Direi che questo è vero almeno a breve/medio termine, solo per i lavori a bassa specializzazione o comunque sostituibili con la crescente automazione. Perché mai nell’attuale sistema un datore di lavoro dovrebbe pagare di più degli esseri umani per lo stesso lavoro che può esser fatto da un sistema automatico?

Questo è tanto più importante e attuale  se consideriamo che sono in arrivo sul mercato robot industriali a basso prezzo, sistemi di guida automatico di camion e auto e anche sistemi di intelligenza artificiale in grado di sostituire alcuni lavori finora di esclusivo dominio umano come la segretaria o l’avvocato e perfino il medico. La quarta rivoluzione industriale è silenziosamente iniziata e non potrà non impattare pesantemente sul mondo del lavoro.

E’ oggi possibile, secondo lei, non avendo rendite di posizione, lavorare per vivere (senza “morire” di lavoro) e non per questo “dover uscire” da una società sempre meno tollerante nei confronti di visioni divergenti del lavoro e della vita in generale?

Attualmente è possibile solo a costo di emarginarsi dalla società, oppure nei casi sempre meno numerosi di lavori ad alto reddito che comunque lasciano ancora un margine di benessere. Tuttavia questo margine, se non cambiamo rotta,  è destinato a ridursi progressivamente anche per la dinamica “chi vince prende tutto”, sempre più incisiva a causa dell’effetto combinato della globalizzazione e della quarta rivoluzione industriale in atto. Tale effetto infatti porta a creare un numero sempre più ridotto di persone sempre più ricche, ma quel che è peggio abbassa la remunerazione non solo dei lavori più semplici ma anche di quelli medi.

Pensa che – esaltando il carattere open source del libro – sia possibile e valga la pena approfondire tematiche collaterali a quella del modello macroeconomico e sociali (penso alla questione del signoraggio bancario, ad esempio)?

Sì sicuramente nella prossima versione del libro la 1.5 che uscirà nel 2017 tratterò anche del signoraggio bancario sia primario che secondario, oltre che delle dinamiche monetarie, complementari e non in cui ho acquisito una discreta esperienza essendo stato uno degli ideatori del “billo” una moneta complementare locale che ha circolato a Fano nelle Marche per circa due anni, utilizzando la normativa dei buoni pasto, con il risultato di rendere possibile l’impiego di un certo numero di disoccupati e al contempo favorire realtà produttive locali.

Tuttavia, nel nuovo contesto che si verrebbe a creare attuando le ‘due valvole di sicurezza’ teorizzate nel libro,  la questione del signoraggio perderebbe molto dell’importanza che ha invece oggi. Limitando, infatti, i redditi ad una soglia seppur dinamica di “massima ricchezza socialmente sostenibile”, si rendono praticamente non spendibili tutti i soldi eccedenti quella soglia, poiché si sarebbe, eventualmente, subito oggetto di accertamento tributario, data l’inevitabile nuova evidenza di quegli importi. Non soltanto i guadagni da signoraggio bancario, ma anche quelli provenienti da qualsiasi altra fonte, se oltre quella data soglia diventerebbero legalmente e moralmente illeciti. Cosa che, per effetto di “retroazione” culturale, avrebbe importanti ricadute psicologiche, culturali ed economiche, attuando di fatto una sorta di ingegneria sociale sana che si opporrebbe a quella insana, a mio avviso oggi in atto.

La vera innovazione sta proprio nel mettere una soglia di ricchezza personale non superabile, che in pratica sgonfia quantitativamente l’interesse per qualunque tipo di arricchimento illecito di portata tale da influire sul “bene comune” e sfruttare eccessivamente il prossimo.

Questo meccanismo che inserisce una nuova regola base del vivere comune, ne aumenterebbe enormemente l’efficienza rendendo inutili e in qualche caso anche dannose una gran parte delle regole minori oggi adottate come “toppa” ad un sistema  economico sempre più insostenibile. Ne deriverebbe quindi un mondo assai più snello e vivibile anche dal punto di vista sia burocratico che normativo.

Grazie alla disponibilità dell’autore e in bocca al lupo!

One thought on “Intervista a Ermanno Cavallini

  • Per me il collante è la condivisione della necessaria coerenza fra le leggi conosciute della Natura relative alla “socialità”, definita dalla sociobiologia come “l’insieme dei processi e delle proprietà utili alla vita sociale”, e le leggi prodotte dalla ragione.

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