Io ho ucciso

io-ho-ucciso-1Emanuele Cislaghi, sin dall’esordio de “Ascolta le mie voci”, ci ha abituato ad una prosa profonda e “anarchica” (anche sintatticamente), che asseconda, essendone plasmata e intrisa sino al midollo, il “flusso di coscienza” dell’io narrante, di volta in volta diverso come differenti sono i racconti dei rispettivi protagonisti.

In “Io ho ucciso” l’autore sembra aver raggiunto la piena maturità narrativa, “padroneggiando” – ancor più che nell’opera prima – l’animo dei protagonisti, attraverso la rara e preziosa capacità di “guardare fuori dal di dentro”: l’autore fa parlare in prima persona i personaggi, in tal senso comunicando – con la maggior immediatezza possibile – sentimenti, prospettive, illusioni dei personaggi: salta, quindi, l’ “ortodossa”, giusta distanza fra narrato e narrante, innescando un “effetto 3D” capace di spezzare il fiato del lettore, il quale sente la storia come sale sulla propria pelle.

A ben vedere, ciò che più spiazza è la scabrosità di alcuni racconti, ancor più trattandosi di fatti di cronaca, generalmente suffragati da consolidate verità giudiziarie (in tal senso, sono preziose le schede biografiche di ogni “mostro”): personaggi noti (Priebke, esecutore dell’eccidio delle Fosse Ardeatine del 1944; Vallanzasca, pluriomicida dal fascino “nero” degli anni ‘70) si accompagnano ad altri meno conosciuti (la nobildonna ungherese che sacrifica alla propria giovinezza il sangue delle vergini; e poi una discreta quantità di pedofili, cannibali, stupratori seriali, anche incestuosi), in una spirale di violenza, aberrazione, bestialità che sembra non aver mai fine.

Il limite del volume di Cislaghi è anche il suo più grande pregio: la totale neutralità del racconto, l’assenza di un qualsiasi (pre)giudizio etico, persino – essendo la voce narrante quella viva dei protagonisti – una propensione all’ascolto delle ragioni dei reietti, “rifiuti sociali”, condannati senza appello dagli uomini e – verrebbe da pensare – anche da Dio; si spalanca, dunque, un palcoscenico immenso, in cui finiscono per fronteggiarsi, da un lato, l’indulgenza verso quelli che restano pur sempre esseri umani, dall’altro, la volontà di negazione dell’umanità stessa di costoro.

Una silloge emotivamente ardua, lancinante, sconcertante, atta a quanti abbiano volontà e coraggio per guardare a fondo dentro l’abisso…

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