Intervista a Renato Esposito

Dopo aver letto il suo libro “La guerra dei topi e delle rane”, l’autore Renato Esposito ha risposto così alle nostre domande.

Innanzitutto una domanda legata al titolo: perché, fra tante opere illustri cui alludere, proprio “Batracomiomachia”? E’ forse l’opera pseudo omerica un “canovaccio” per futuri sviluppi della storia di Remo, il protagonista?

Naturalmente sì. Senza scendere troppo nel dettaglio, altrimenti rischierei di rovinare diverse sorprese a chi non ha ancora letto il romanzo, ho scelto di citare questa opera del passato da una parte perché per alcuni è un testo esoterico, dall’altra perché calzava a pennello come metafora di alcuni avvenimenti che avevo intenzione di raccontare.

La storia di Remo somiglia a quella di tanti giovani di oggi: capaci, ma costretti a “castrarsi” in un lavoro che non sentono proprio, pur di “sbarcare il lunario”; quanto conta la fortuna, e quanto la tenacia, nell’odierno mondo del lavoro?

La fortuna, secondo me, conta tantissimo, ma allo stesso tempo non deve essere usata come alibi per giustificare i propri fallimenti o arrendersi.

Il romanzo ospita due figure tragicomiche: Leo, il collega e amico, e Concetta Ravelli, proprietaria della stanza in cui abita il protagonista; si tratta di “perdenti” marginalizzati dalla società, che contrastano fortemente con la bella Vittoria Serafini, solare e iconica. Sei dell’idea che la bellezza possa incidere sulla propria sorte, o che magari alcune persone nascano irrimediabilmente sotto una cattiva stella?

Penso che entrambe le cose siano vere, anche se non in senso assoluto. La bellezza, come altre qualità più o meno innate, tra cui ad esempio simpatia, intelligenza, tenacia eccetera ha un impatto più o meno forte sulla propria sorte, impatto che dipende anche dall’uso che se ne fa. Per quanto concerne la cattiva stella, penso che si possa anche essere assediati dalla sfortuna, ma finché si ha vita, allora c’è anche tempo a disposizione per continuare a lottare.

Il microcosmo redazionale descritto dà adito all’idea che oggi più che mai le notizie siano oggetto di mercificazione, un pacchetto da confezionare nel modo più allettante possibile, così che il pubblico cui “darle in pasto” ne resti soddisfatto e torni a “comprarle”: è una lettura verosimile? Esiste, eventualmente, un antidoto a tutto ciò?

Il fatto che le notizie siano merce da spacciare, oltre che vero, non è neppure il male peggiore, penso infatti che sia ancora più deprecabile confezionarle ad arte per favorire gli interessi politici dell’editore. L’antidoto? I giornalisti dovrebbero avere il coraggio di restare fedeli alla propria etica professionale, a costo di rischiare il licenziamento, quindi antidoto non c’è, specialmente in tempi di crisi come questo.

Il finale “aperto” del romanzo lascia sperare in un sequel… a quando, se ci sarà?

Certo che ci sarà, la storia è strutturata in tre libri, il secondo è appena uscito e sto già lavorando al terzo.

 Grazie alla gentilezza dell’autore, e in bocca al lupo!

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