Intervista a Emanuele Cislaghi

Dopo aver letto il suo romanzo “Ascolta le mie voci”, l’autore Emanuele Cislaghi ha risposto così alle nostre domande.

“Ascolta le mie voci” è una silloge che da subito rimanda ad una dimensione intimistica (quella dell’ascolto) e personale (le voci sono “mie”): le pagine sono dunque “flusso di coscienza” degli “attori” dei differenti racconti?

Esattamente. Gli “attori” parlano, si confidano, si confessano. Senza filtri, a volte così a briglia sciolta da non avere barriere né regole di comunicazione, nemmeno grammaticali. Un vero “flusso di coscienza” che coinvolge tutti i sensi, in particolar modo la vista e l’udito, che vogliono arrivare al lettore nel modo più diretto possibile.

Leggendo i capitoli, si ha la sensazione che siano – per quanto eterogenei – parte di un unico sentire, una sorta di poliedro le cui facce, in qualche modo, appartengono al lato oscuro dell’autore ed a quello di ciascuno dei lettori più empatici… è una chiave di lettura corretta?

Direi proprio di sì. Ho immaginato che ogni voce fosse la manifestazione di un unico grande Essere universale, che abbraccia qualsiasi realtà possibile. Le dieci voci del libro sono soltanto dieci probabili esperienze esistenziali.

Suggestivo e commovente il racconto del bimbo abortito, malinconico e rassegnato quello dell’astronauta alla ricerca di altri pianeti abitabili; e poi quello della baita, o della città vista dall’alto… una fantasia spumeggiante, o spunti dalla realtà con del sapiente maquillage, a renderla più accattivante?

È tutta realtà, tutta vita vissuta. Non tutta da me, certamente. Ma non è più necessario aggiungere pennellate suggestive quando la realtà che ci circonda è già abbastanza produttiva di vita. Certo, alcune storie hanno un tocco di fantasia, semplicemente perché sono state ambientate nel futuro, ma è senz’altro un futuro prossimo, o meglio, probabile.

Sei evidentemente una persona molto sensibile, poiché riesci ad immedesimarti – sino, parrebbe, a divenire tutt’uno – con il sostrato primordiale di ciascuno dei personaggi: la formula del racconto è forse funzionale alla tua necessità di “ritornare te stesso” dopo esserti dolorosamente “disciolto” – per un tempo limitato – nel vissuto dei vari protagonisti?

La formula del racconto è quella più funzionale per narrare qualcosa di essenziale senza perdersi nel gorgo di trame complesse come quelle del romanzo tradizionale. È una forma narrativa che andrebbe recuperata e coltivata, perché riesce a comunicare qualcosa senza fronzoli, arrivando alla sostanza in poche pagine ma senza sacrificare le sfumature.

Cosa ti ha spinto a narrare il “lato oscuro”, paradossalmente umanizzandolo, anche in situazioni scabrose (incesto, violenza, ecc.)?

Il fatto di averlo sentito come necessità. Il lato oscuro va raccontato, mostrato, umanizzato. Va conosciuto per essere poi gestito e combattuto con più efficacia, per averne meno paura nella vita reale.

Hai in serbo altri lavori? E sempre con la formula del racconto?

La mia seconda pubblicazione ha sempre la formula del racconto, anche se si tratta di storie vere, storie delittuose, anch’esse narrate in prima persona (“Io ho ucciso”, 2012).  Attualmente sto lavorando a un romanzo, una storia di sentimenti ed emozioni che ha richiesto un genere narrativo di più ampio respiro.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

VIDEO INTERVISTA A EMANUELE CISLAGHI

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