Intervista a Piero Balzoni

Dopo aver letto il suo libro “Come uccidere le aragoste”, l’autore Piero Balzoni ha risposto così alle nostre domande.

Un libro che sin dal titolo è un mix piacevole ed efficace di originalità e visionarietà, non tanto sul piano dell’intreccio, quanto nel modo in cui esso viene disvelato: come, ad esempio, ti è venuta l’idea delle metafore tra personaggi e animali?

A me pare che l’uomo sia un animale disadattato. Nei rapporti con gli altri siamo costantemente in bilico tra sentimenti che non riusciamo a mettere mai del tutto a fuoco, cosa che invece riesce facilmente agli animali. I miei cani ad esempio decidono in maniera piuttosto istintiva come porsi nei confronti dell’estraneo, di un amico, di un addestratore e via discorrendo. È bizzarro notare che nonostante siamo da sempre abituati a condividere questo pianeta con gli animali, non abbiamo ancora imparato da loro a gestire i rapporti sociali. Già prima di questo romanzo d’esordio avevo provato ad accostare questi due mondi in una raccolta di racconti (Animali migratori, edizioni La Gru, 2012 ndr) e credo faccia ormai parte del mio percorso.

La descrizione dell’equivalenza fra differenti personaggi e uomini corrispondenti solletica non poco la fantasia del lettore, che si figura alternativamente l’interazione fra gli umani e quella fra gli animali: quando i due storyboard si sovrappongono, la narrazione diviene esilarante, anche in presenza di fatti tragici. E’ un effetto voluto, o una lettura soggettiva, possibile come altre?

Vi racconto una cosa. Quando sono arrivate le prime opinioni dei lettori sul libro, qualcuno mi ha accusato di non avere un cuore, di aver scritto un romanzo disperato, di avergli procurato incubi a occhi aperti. Ho iniziato a preoccuparmi. Qualche tempo dopo un mio vecchio amico che non vedevo dai tempi del liceo mi ha chiamato al telefono perché aveva letto il libro e voleva discuterne con me. Visti i precedenti ho temuto il peggio. “Grande Piero – mi ha detto – ho riso dall’inizio alla fine”. Ecco vorrei dire che per fortuna ciò che consideriamo tragico, così come ciò che consideriamo esilarante, fa parte del nostro bagagliaio personale e della nostra sensibilità e questo vale sia per i lettori che, ancor di più, per gli autori.

Luca, il protagonista, a ben vedere, metaforizzando la realtà e trasponendola sul piano animale, adotta una sorta di “ombrello” che lo protegge da situazioni emotivamente talora troppo difficili da reggere: quanto credi che la “finzione” possa aiutare a superare le criticità della vita?

È una domanda molto bella e molto complicata, cui non si può rispondere se non in maniera personale. Gli animali mi donano grande sicurezza, talvolta anche quelli pericolosi, almeno a guardarli dall’esterno. Individuo in loro una deriva di osservabilità e una capacità di comprensione delle loro azioni che mi conforta, come in parte ho già detto. È la possibilità di prevederne le mosse, la natura classificatoria delle specie, che mi consente di dare un ordine a quel che vedo, come in parte cerca di fare Luca, il protagonista del libro. Ecco, io credo che ognuno sia libero di scegliere la sua “finzione” per superare i momenti difficili, un po’ come fa Amelie nel film omonimo, oppure i pazienti di Qualcuno volò sul nido del cuculo dando sfogo alle loro personalità durante il giro in barca con Jack Nicholson.

Il tuo romanzo pullula di personaggi strambi ma verosimili (Silverio, lo studente calabrese amico del protagonista, su tutti), in una Roma mai così vitale e affascinante nel senso più “colorato” del termine: quanto di fantasioso c’è in tutto ciò, e quanto di tuo vissuto, diretto o indiretto? Quanto pensi aderisca al vero l’immagine (negativa) della capitale veicolata dai media, agli albori del mandato amministrativo pentastellato?

Finora ho trascorso tutta la mia vita a Roma e quasi dieci anni alla Sapienza, prima come studente, poi come dottorando e assistente di cattedra, e lì ho formato quasi tutte le mie amicizie dell’età adulta. È una cosa di cui vado fiero, una esperienza molto personale e una strada che ho sposato con tutto me stesso. Come uccidere le aragoste non è un fantasy ma un romanzo nato da ciò che conosco, dunque dalla realtà degli studenti universitari, degli incastri tra “locali per fuorisede” e zone ricche della città. Insomma l’unica realtà che mi sentivo in grado di gestire e rendere credibile sulla carta. Non posso mentire a me stesso, Roma è una città violenta, anche senza voler prendere in considerazione il design mediatico cui è sottoposta, specie nel periodo elettorale. A questo proposito, vorrei limitarmi ad augurare alla mia città e al mio sindaco un futuro che tenga presente del suo passato: antifascista e lontano dalle mafie.

Emblematico è il titolo del romanzo cui Silverio si sta dedicando (“I fregnoni”, cioè, “gli stupidi”, “gli sciocchi”), che pare identificare un panel specifico: di che tipo di persone si tratta? Qual è il discrimine per loro (età, livello culturale, spessore morale, ricchezza, ecc.)?

Vorrei essere ancor più specifico, se possibile, di quanto lo siete stati voi. La definizione è corretta, però a Roma in genere il termine “fregnone” denota soprattutto il credulone, qualcuno convinto di poter fregare il prossimo senza aver bisogno di nessun aiuto, di nessuna conoscenza specifica, così soltanto perché gli è venuto in mente un progetto, un piano, che reputa originale e che in genere è destinato a fallire. È un po’ un illuso, insomma. Ed ecco che il suo percorso narrativo può diventare originale e assumere spesso i toni della spettacolarità nel tentativo di raggiungere il proprio obiettivo. Per questo motivo non direi dunque che esiste un particolare tipo umano o una categoria specifica. E per lo stesso motivo, per ciò che ho detto poco prima, i personaggi ad esempio di una serie televisiva come Gomorra mi paiono tutti un po’ “fregnoni”, per fortuna.

A quando il tuo prossimo lavoro? E di che genere letterario?

Ecco sono felice che questa non sia stata la prima domanda, come mi è accaduto una volta. L’ho interpretata come “Il tuo primo romanzo mi ha fatto schifo, quando ne scrivi uno bello?”. Ho consegnato da poco le stesure definitive di alcune sceneggiature per serie tv che vedrete in onda il prossimo anno su canale cinque, si tratta di progetti cui sono molto legato nonostante siano ormai diversi anni che collaboro con la Taodue Film. Per quanto riguarda la narrativa, invece, proprio in questi giorni sto lavorando a due racconti per due diverse antologie che usciranno in autunno. Una di queste è un omaggio alla letteratura cannibale che quest’anno celebriamo con un volume dedicato ai vent’anni dall’uscita di Gioventù Cannibale (Einaudi, 1996).

Grazie alla gentilezza dell’autore, e in bocca al lupo!

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