Intervista a Simone Scala

Dopo aver letto il suo libro Il badante, l’autore Simone Scala ha risposto così alle nostre domande.

Ciò che colpisce de “Il badante”, sin dalle prime pagine, è la narrazione, minimalista ed accattivante, con cui descrivi le dinamiche psicologiche di un singolo (Edmondo Cipolla, il protagonista), e di una piccola comunità (Virillo, paese di un pugno di anime): pensi che l’oggetto di tale narrazione possa affascinare pochi cultori del “piccolo mondo antico” o anche un pubblico più vasto?

Credo, anzi mi auguro, che la mia storia possa interessare un pubblico più vasto, grazie proprio alla singolarità della narrazione proposta e alle tematiche estremamente attuali che affronta.

Ho pensato, insomma, che potesse essere un modo nuovo e inconsueto per riflettere sul nostro tribolato presente da una visuale speciale, quella cioè di un uomo “particolare” (Edmondo) inserito in un contesto sociale altrettanto “particolare” (Virillo).

Il tuo romanzo ha un titolo decisamente atipico, essendo la figura del badante associata alla donna, più che all’uomo: anche in questa scelta c’è un intento tragicomico? E quanto in generale pensi che l’umorismo faciliti la lettura?

Nessun intento tragicomico nella scelta di un uomo anziché di una donna.

Nella vita di tutti i giorni questo è un fatto che può capitare, non c’è da meravigliarsi.

L’umorismo o “il sentimento del contrario”, come ci insegna Pirandello, è un modo particolare di guardare le cose e la realtà. L’umorismo ci fa sorridere, ma ci fa soprattutto riflettere sugli aspetti negativi della società in cui viviamo e su quelli dell’esistenza umana in generale.

La letteratura umoristica ne è la sua naturale espressione. Se poi faciliti la lettura è difficile da stabilire, credo che ciò dipenda dai gusti personali di ogni singolo lettore.

Edmondo Cipolla elabora una propria filosofia di vita nettamente anticapitalistica: ripudia un’esistenza ossessionata dal lavoro a tempo pieno, pur non disdegnando il denaro necessario a vivere dignitosamente; condividi la filosofia del personaggio? E sino a che punto?

Edmondo Cipolla possiede una carica anarchica ed “estremistica” che naturalmente mi affascina ma è un personaggio inventato. Credo però che il suo insegnamento, la sua visione del mondo debbano  comunque essere tenuti in grande considerazione.

“Vivere dignitosamente” è infatti il  suo obiettivo, il suo scopo e ritengo che dire questo oggi sia importante, anche perché non tutti (i migranti, i poveri, in generale, nel nostro Paese sono lì a dimostrarcelo ogni giorno) ci riescono.

Bellissima la rappresentazione del microcosmo di Virillo, e sublime la caratterizzazione (in alcuni casi sommaria, in altri più elaborata) dei personaggi con cui Edmondo ha a che fare in momenti diversi della giornata e della vita; hai osservato da vicino certe dinamiche micro sociali, o sono frutto di letture (Vitali o Arminio, ad esempio) condite con della sana fantasia?

Sono frutto di letture, di esperienze dirette e di tanta fantasia.

Poi c’è il fascino che il piccolo borgo di montagna o di campagna ha sempre esercitato su di me fin da bambino.

Un’oasi di pace, un luogo incontaminato e fuori dal mondo, legato alle tradizioni e al buon tempo antico.

La cultura da autodidatta di Edmondo sembra essere un modo per “affacciarsi” sulla realtà in maniera indiretta, senza subirne i contraccolpi emotivi e psicologici: è una lettura corretta?

Sì, in effetti è così. Edmondo è un battitore libero, è immune agli schemi, alle regole, ai miti e alle illusioni della civiltà moderna.

E’ quasi un “filosofo” per citare sempre Pirandello, che però compie l’errore di trasformare la cultura in una fede, con la relativa e inevitabile delusione che questo comporta.

Finché alla fine non scopre l’incredibile verità…

Il romanzo, dopo il ritrovamento della pistola, prende una piega onirica e tragica; a cosa è legata la scelta di una tale differenziazione stilistica, rispetto alla parte precedente del romanzo?

In parte questo mi è già capitato con il mio precedente romanzo “La ragazza di Venezia”.

Che dire? Forse è un mio difetto o un mio pregio non saprei, la verità è che volevo creare una storia davvero esilarante, soprattutto il finale, che spiazzasse completamente il lettore e che si prestasse al tempo stesso a una riflessione seria e arguta di tipo sociale ed esistenziale (che paroloni!).

Per quello che riguarda poi più specificatamente l’aspetto tragico, ritengo che esso fosse imprescindibile in una vicenda come questa.

Infine, una nota circa l’asino bianco (che tanto ricorda l’immaginario del mitico unicorno): cosa simboleggia per il protagonista, e cosa per te, nell’economia della narrazione?

L’asino bianco rappresenta per Edmondo qualcosa di mitico e di magico, è l’isola che non c’è, il suo sogno proibito, quell’utopia del mondo, quel Dio in cui non crede.

Per me? Difficile dirlo, forse tutte queste cose insieme, forse altro, debbo ancora schiarirmi le idee…

A quando il tuo prossimo scritto?

Attualmente sto lavorando ad altri progetti completamente diversi. Spero che possano concretizzarsi al più presto. In ogni caso vi terrò informati, non temete.

Un saluto, un augurio di buona estate e grazie dell’attenzione che mi avete riservato.

E come diceva Jim Morrison: “Vivere senza tentare significa rimanere con il dubbio che ce l’avresti fatta”. Ecco, io la penso così.

Per cui mare, sole, spiaggia ma anche lettura e scrittura. Dopo tutto, cosa c’è di meglio di questo?

Grazie alla gentilezza dell’autore, e in bocca al lupo!

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