La notte della pantera

notte_panteraDiana J. Stewheart (pseudonimo di Paola Emma Labate) ha stoffa da vendere, come scrittrice, sia in quanto a fascino evocato dalle parole, sia relativamente a magnetismo dell’intreccio: La notte della pantera è una superba prova letteraria – nel senso più completo del termine – che si muove border line fra il noir, il poliziesco e l’erotico.

Il titolo fa riferimento alla protagonista, Eva Bosch, detective della polizia di Dusseldorf, soprannominata ai tempi dell’accademia di polizia “pantera” per la sinuosità delle forme, la prestanza fisica, il carattere fiero e ribelle.

Eva vive col fratello Max, stuntman di professione, figura protettiva e solare, che le permette di muoversi senza troppi contraccolpi psicologici fra colleghi troppo spesso succubi di un capo – Alexander – autoritario, controverso, subdolo: quando la poliziotta si interessa a due omicidi di splendide ragazze squillo, fiutando una traccia che la porta dritto al Papillon – locale equivoco gestito dal losco e avido Hans Schumann – proprio il suo capo le impone di congedarsi, essendosi evidentemente spinta troppo in là nella ricerca di una verità scomoda e compromettente.

Eva, convinta che in pentola bolla qualcosa di decisamente grosso, destinato a coinvolgere personaggi (politici, imprenditori, persino esponenti del clero) in vista, decide, da persona determinata qual è, di proseguire l’indagine per conto proprio, immergendosi (celata dietro una maschera da pantera e col nome di Bella Hunt) fino a toccare con mano il mondo degradante e spietato dei festini a luci rosse del Papillon: come a dire che per sconfiggere il nemico, occorre conoscerlo a fondo, anche ove il prezzo da pagare sia molto alto.

Il romanzo è un realistico (e avvilente) spaccato dei giorni nostri, laddove insanabile è la dicotomia fra immagine pubblica e privata dei vip (persino all’interno delle alte sfere clericali), dove le organizzazioni criminali sono vere e proprie “multinazionali dell’illecito” e i politici, sempre più istrionici e deideologizzati, operano – per paura o più spesso semplice avidità – all’ombra e per interesse del potere finanziario – economico e di quello criminale (che sovente si intersecano sino a divenire poltiglia indistinta).

Eva è, in siffatto contesto, l’eroina che, impossibilitata a farlo in maniera ortodossa e nel rispetto delle regole, “divelle” il sistema “scendendo al suo stesso livello”: quasi che la giustizia, per esser realmente efficace, non possa avvalersi della sola legge, bensì debba aiutarsi con una sferzata “al di fuori” delle regole, tramite un outsider che tuttavia infine provveda al ripristino delle stesse; a ben vedere, la protagonista è anche emblema della donna che mette il proprio corpo, scevra da tabù e limitazioni paramoralistiche, al servizio di un obiettivo superiore, rendendolo “mezzo” mero ed imbelle nelle mani del nemico.

Lo stile di Diana J. Stewheart è veloce, frenetico, talora ossessivo: taglia il respiro, in attesa che il groviglio si dipani; sembra accogliere l’eco di alcuni dei racconti polizieschi di Ballard (Crash, su tutti), il che lo rende di sicuro appeal a quanti vi si accostino.

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