Intervista a Etèra

Non mi sono perduta è un romanzo in cui si intrecciano le voci di una prostituta e di uno scrittore, più emotiva la prima, più razionale l’altra. Alla nostra intervista risponde la prostituta, ispiratrice e anima del racconto.

Come mai hai deciso di usare uno pseudonimo? Non saresti felice di vedere sulla copertina di un libro il tuo vero nome?

Ho deciso di usare uno pseudonimo per proteggere mia figlia e le persone che mi sono care. Vorrei tenere il mio mondo al riparo dagli sguardi altrui. Sono una prostituta ma anche una  mamma capace di tirare fuori le unghie per difendere la sua creatura. Mi piacerebbe che la scrittrice prendesse vita nell’immaginario dei lettori tramite il libro, indipendentemente dalle mie abitudini e dal mio stile di vita.

Perché raccontare la storia di una prostituta, rappresentante della categoria più trascurata dalla società?

Per diversi motivi. Perché chi considera le prostitute delle cagne in calore non sa nulla di loro, dei loro sogni, delle loro sofferenze, ma si concede il lusso di giudicare. Perché intorno alla malafemmina c’è una curiosità morbosa spesso dissimulata  e nascosta sotto il tappeto del perbenismo. Perché solo una prostituta può tratteggiare la geografia umana dalla prospettiva più intima. Perché nella prostituzione – fisica, morale, culturale – siamo tutti coinvolti anche attraverso i piccoli gesti quotidiani tesi a destare l’interesse dell’interlocutore per ottenere vantaggi personali.

Come e quando hai avvertito il desiderio di narrarti? 

Quando ho capito che, tra il lavoro e gli altri impegni quotidiani, rischiavo di perdere il contatto con me stessa e con le cose che per me sono davvero importanti. Questo mi ha spinta a trovare il modo di ritagliarmi il tempo per ascoltare e trascrivere le mie emozioni. Farlo, sia pure attraverso la guida e la scrittura del mio partner editoriale, è stata  una sensazione incredibilmente coinvolgente e liberatoria allo stesso tempo. E man mano che i miei pensieri prendevano forma tramite la scrittura, ho imparato a conoscere meglio me stessa, i miei desideri e i miei sentimenti. Sento che racchiudere in un romanzo la mia storia può essere la soluzione giusta per emanciparmi dalla mia esperienza: condividendola con altri smetterò di portarne il peso da sola.

Le vicende della prostituta Layla sono dolorose nella misura in cui costringono il lettore a confrontarsi con una verità “scomoda”: la prostituzione può esser una scelta, vissuta in piena consapevolezza e autonomia, che una società bigotta e ipocrita stronca come “immorale”, emarginando chi la compie. Quali, se ci sono, le possibili soluzioni a tale problematica?

La storia ci dice l’ambiente familiare, la miseria, una cultura maschilista e prevaricatrice e altri ostacoli di varia natura sono molto spesso alla base della prostituzione. Tutto questo è vero, ma è anche inutile nascondere che i tempi sono cambiati e con essi le motivazioni che spingono una donna verso la prostituzione.  Io non mi vergogno di ciò che faccio, sfrutto soltanto la mia avvenenza. Certo, vorrei poter fare il mio mestiere alla luce del sole e invece mi viene chiesto di sottostare al volere di paternalisti e moraliste, anche un po’ sessuofobe, che pretendono di relegarmi al margine della società, da clandestina, per “il mio bene”. Io sono istruita, intelligente, bella, in grado di scegliere e rifiuto di essere considerata una povera reietta che altri dovrebbero salvare. Mi sgomenta riscontrare che non è ancora arrivato il momento in cui le donne possono fare del proprio corpo quello che vogliono, purché non costrette. Non ci sono altre soluzioni al problema se non un diverso atteggiamento culturale verso la prostituzione, il mestiere più antico del mondo che sarà l’ultimo a scomparire.  Il mondo reale ha ancora bisogno delle puttane perché ci sono pulsioni, desideri inconfessabili e voglie da soddisfare. Ma non c’è bisogno di nessuno che possa vantare il diritto di spacciare il proprio stile di vita come il migliore in assoluto, tanto da renderlo obbligatorio per tutti.

Cosa pensi del tuo lavoro?

Che bisogna essere adatte a farlo. Non tutte lo possono fare senza subire contraccolpi psicologici. Per me significa soldi e tanto stress. I momenti più faticosi non sono quelli in cui ricevo, ma tutto ciò che sta intorno, l’organizzazione delle mie giornate.

Oltre che essere un romanzo erotico, “Non mi sono perduta” è anche un’inchiesta sul mondo della prostituzione, oberato di stereotipi e falsi miti, anche nell’era della comunicazione ridondante e globale: era questo l’intento di un racconto che, per tua stessa ammissione, trova ispirazione in una storia vera?

Sì, l’intento era parlare della prostituzione andando oltre gli abituali stereotipi. Quanti sanno che i motivi che spingono un uomo a frequentare una prostituta sono tanti, non solo irrefrenabili bisogni ormonali o inconfessabili perversioni? Quanti sanno che da quando l’offerta di prestazioni sessuali in cambio di denaro non è più un reato, sono nate centinaia di agenzie di escort che, attraverso internet, fanno apertamente attività di scouting per reclutare nuove forze fra studentesse, donne in carriera, casalinghe e giovani donne vogliose di nuove esperienze?

Nel romanzo Layla evidenzia quanto sul fenomeno prostituzione incidano solitudine e ansia – fenomeni tipici della socialità contemporanea – accanto al ruolo di mogli “lontane” dai mariti, sia fisicamente sia spiritualmente. In cosa, secondo te, dovrebbe cambiare l’atteggiamento delle mogli e delle donne in generale verso gli uomini coevi?

Negli anni di mestiere ho capito che alcune donne hanno non poche responsabilità sulla scelta dei partner di frequentare prostitute: fanno sesso sempre nella stessa posizione o non si concedono a nessun tipo di fantasia. È anche vero che, oltre al sesso, per molti clienti le prostitute vendono anche un surrogato dell’amore che comunque loro trovano indispensabile per tirare avanti. Forse è questo che spaventa:  la colpa attribuita agli uomini non è di andare con una prostituta ma di andare con un’altra donna. Questo è però un timore infondato: noi allontaniamo gli uomini da una potenziale amante. L’amante può rovinare una vita, la prostituta no,  con noi non c’è tradimento, solo sesso e trasgressione, cose che cercano anche le donne come testimoniano la crescita della prostituzione maschile e i siti “pensati dalle donne” che facilitano incontri extra coniugali.

Come giudichi la chiusura della “case chiuse” operata in Italia per effetto della legge Merlin del 1958? Quali le alternative per le professioniste del sesso ed i loro clienti?

La legge Merlin è stata una scelta di civiltà, ma anche una “Incompiuta” come diverse grandi opere sinfoniche. Una scelta di civiltà perché ha abbattuto i recinti destinati a contenere il “bestiame da penetrazione” lasciandolo libero di pascolare. Incompiuta perché limita i pascoli, come dimostra la prostituzione di strada, vero monumento all’antinomia: deve essere praticata all’aperto, così prevede la legge Merlin, ma deve rimanere nascosta e non interferire con le attività lecite. Le soluzioni oggi disponibili non sono soddisfacenti. Non lo è di certo lo zoning, la creazione di zone rosse riservate alla prostituzione, perché basato sulla schedatura delle professioniste, in contrasto con l’art. 7 della stessa legge Merlin che lo vieta. Non lo sono le agenzie che procurano “accompagnatrici” perché chiedono la massima disponibilità e trattengono la maggior parte della parcella. In più non si può rifiutare un cliente da esse selezionato, diritto che anche le prostitute di strada hanno. Anche lavorare in un appartamento comporta pericoli perché il proprietario dell’abitazione rischia una condanna per sfruttamento della prostituzione. L’unica vera soluzione sarebbe finalmente considerarla un vero lavoro, con i diritti e doveri di qualsiasi altra attività.

Quale messaggio vuoi tramettere ai tuoi lettori?

Attraverso il libro vorrei trasmettere un messaggio di speranza. La speranza, la forza d’animo, il coraggio di affrontare la vita, non sono un dono elargito solo a pochi fortunati, ma frutto di una profonda ricerca in sé stessi, fattibile quindi, da tutti, purché se ne abbia la volontà. Attraverso questa intervista vorrei trasmettere l’invito a leggere il libro.

Quale la tua prossima fatica letteraria?

Sto valutando l’idea di un secondo libro attraverso il quale raccontare lo stato d’animo, fatto di speranze e paure, di una donna orientata  ad abbandonare il mestiere per dedicarsi completamente alla propria figlia che vive la vigilia di una tappa esistenziale importante e difficile come l’adolescenza. Mi chiedo se riuscirò mai a lasciare questa dimensione, non solo professionale ma anche psicologica. Mi angoscia il detto che non si può sfuggire al passato, mi intimorisce il pensiero di dover superare i reticolati sociali che mi separano dalla “normalità”. Il libro è un passo del percorso che intendo compiere per costruirmi una vita migliore, giorno dopo giorno.

Grazie della gentilezza, e in bocca al lupo!

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