Introspezioni

introspezioni1Giuseppe Calendi, nel suo Introspezioni, si presenta come autore “del quotidiano”.

La silloge di racconti, impreziosita da aforismi (nonché dal componimento poetico iniziale, opera dello stesso Calendi) tanto suggestivi quanto allusivi, spazia nell’ambito di un universo infinito esattamente quanto il microcosmo personale ed intimo descritto; microcosmo in cui ciascuno, purchè dotato di sensibilità ed acume sufficienti, può ritrovare elementi del proprio vissuto, sapientemente sublimati ed “oggettivati” per quanto possibile, così da risultare quanto più intellegibili e sapidi.

Affiora evidente nello scorrere delle pagine lo spazio abitato dallo scrittore, di tipo “verticale”, più che “orizzontale”: si scava in profondità e ci si eleva talora verso considerazioni esistenziali, metafisiche, persino spirituali, utilizzando meccanismi semantico – stilistici quali allusione e metafora; uno spazio al contempo qualitativo, più che quantitativo: in certi punti, i concetti forniscono la chiave di accesso ad una dimensione intimistica, sussurrata, delineata.

Una raccolta preziosa, soprattutto se considerata nel contesto, spesso avvilente, della letteratura coeva, dominata dalla scrittura “usa e getta”, sincopata, in cui sembra di assistere ad un “action movie” tutto muscoli e niente cervello, o da interminabili saghe di genere fantasy.

A ben vedere, la raccolta in questione è emblema di come si possa fare scrittura di qualità, condita peraltro da un’ironia latente, anche a partire da materiale “grezzo”, “umile”, “lento” in senso lato, proprio quello che – nostro malgrado – segna oggi tanta parte del vissuto – routinario e “piatto” – di molti di noi.

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