Rhapsody

amore-omosessualeRhapsody, il secondo volume della saga avente per protagonista il diciassettenne lord Julian Noah Edrington, palesa le notevolissime doti narrative di Cristiano Pedrini.

Autore istrionico, si mostra intraprendente e capace nell’avventurarsi fra le pieghe del genere romantico/avventuroso, del giallo/thriller e persino in quelle dell’erotico, garantendo un ritmo sostenuto ed una trama vivace, capaci di tenere incollato il lettore dalla prima all’ultima riga della vicenda.

Accanto al giovane rampollo, vero e proprio comprimario è il suo amante – segretario Ray, conosciuto solo qualche settimana prima (come da vicende narrate in “Opportunity”, primo capitolo della saga); vi sono poi una serie di comparse che hanno il pregio di esser tutte ugualmente ben caratterizzate da un punto di vista psicologico: in tal senso, i personaggi, anche quelli più “marginali” (l’anziano pittore incontrato nella National Gallery, ad esempio) paiono credibili ed estremamente diversificati.

Non una semplice storia d’amore omosessuale – che in questo volume, a differenza del primo, resta sullo sfondo – dunque: storia di intrighi (maestro ne è Randall, capo di Scotland Yard, per quanto lui stesso vittima di ricatto), di malavita (ricca di pathos la sequenza della rivolta in carcere, che vede il sequestro di Julian ad opera di Corin) e soprattutto storia dell’attrazione che il nobile pare scatenare nei giovani maschi che entrano in contatto con lui (Corin, suo rapitore ed aguzzino; Deric, prima carceriere poi complice; infine, persino Thomas, tredicenne vittima di abusi in carcere, che suscita l’altruismo compassionevole di Julian).

L’unica criticità del romanzo risiede nei tratti predominanti del protagonista, troppo enfatizzati e dunque non sempre verosimili: il carisma e la sensuale bellezza che lo rendono seduttore – quasi sempre consapevole e spesso compiaciuto – di ogni persona di sesso maschile con cui abbia a che fare; sembra che il lord circuisca immancabilmente le persone di sesso maschile, talmente “inebetite” da essere soggiogate anche ove inizialmente riottose (il caso di Deric è, in tal senso, sintomatico).

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