Intervista a Oreste Brondo

Dopo aver letto il suo libro I GATTI NEGLI ARMADI, l’autore Oreste Brondo ha risposto così alle nostre domande.

Il tuo volume, a partire dal titolo, sembra destinato ad un pubblico giovanissimo; incedendo, tuttavia, nella lettura, evolve decisamente in una “favola per adulti”: quale delle due interpretazioni è più aderente alla tua intenzione, nella stesura del volume?

In realtà penso che questa storia sia animata da una doppia natura. Essa nasce da un laboratorio di narrazione da me condotto con dei bambini di Napoli. Ogni partecipante portava frammenti di storie personali che poi finivano per comporre storie di fantasia.

Prima di diventare una storia scritta era una storia narrata a dei bambini di dieci e undici anni. Nella scrittura ha preso spazio, durante la stesura, un periodare più complesso ed elaborato perché, immagino, ad un certo punto è sopravvenuta la necessità e il desiderio di comunicare in modo più ampio e sottile il messaggio politico che sottintende questa storia.

I gatti negli armadi si legge in maniera estremamente fluida, in alcuni punti fornisce contenuti “illuminanti”, disarmanti nella loro semplicità, una vera e propria carezza per l’anima… ti sei ispirato alla potenza evocativa – nonché alla formula narrativa – di illustri predecessori (Il piccolo principe, su tutti)?

Ancor di più de Il piccolo Principe, che ovviamente costituisce un riferimento, i cartoni di Miyazaki, in particolare quelli più politici (Nausica nella valle del vento, La principessa Mononoke, Il castello Errante di Howl), che mostrano personaggi che amano il potere per il potere con effetti distruttivi e ai quali si contrappongono altri personaggi e gruppi sociali per i quali al centro ci sono le persone in tutta la loro integrità, con la loro necessità di espressione  e libertà, e non gli affari, la burocrazia, gli interessi economici.

Ciò che di Miyazaki amo particolarmente è la sua capacità di restituire sempre e comunque, l’aspetto umano, la complessità anche dei personaggi negativi, nei quali spesso si leggono possibilità di riscatto e di cambiamento, dissimulate, nascoste, ma pur presenti.

Un’altra grande fonte è stato il film di De Sica “Miracolo a Milano” e non ultimo “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, sebbene la storia trovi origine da alcune vicende da me realmente vissute: la grande fabbrica e il mio rapporto con la dirigenza, la mia rabbia a Napoli per i prezzi troppo alti degli affitti che con il mio stipendio basso non potevo permettermi, la conoscenza di due bizzarri signori napoletani che giocavano a carte e bevevano birra, seduti ad un tavolo, nel bel mezzo di una specie di cimitero di mobili chiamato ISOLA ECOLOGICA, a Bagnoli.

Il volume induce a riflettere sulla discrasia fra vivere per lavorare o lavorare per vivere; fra le righe, sembri dire che oggigiorno ognuno si affanna nel lavoro, senza considerare che è il tempo la ricchezza più grande; si è perso il valore dell’otium latino? O piuttosto a seguito di progressive sconfitte sociali si è giocoforza costretti ad una vita da lavoratori e consumatori, semplici automi funzionali al grande capitale?

Sto leggendo, in questi giorni, un testo di Baumann dal titolo CONSUMO QUINDI SONO. In sostanza, la sua tesi, ben argomentata, è che in questi tempi, aldilà di ogni previsione fatta dai marxisti, il lavoro si è trasformato in merce e con lui anche il lavoratore con le sue famiglie.

Non esiste più solo il traffico dei prodotti, ma anche quello di compratori. Siamo così intimamente legati a questo sistema produttivo che esso, con le sue esigenze, ritmi, imposizioni si è ramificato nei nostri corpi e nelle nostre coscienze, a tal punto da far diventare noi stessi emanazione di esso.

Si tratta di una sorta di schiavitù: noi siamo liberi di scegliere cosa consumare, anzi desideriamo farlo, e quindi siamo obbligati ad impiegare gran parte del nostro tempo per potere dare voce e corpo a questa esigenza interiore indotta dall’educazione e dal continuo bombardamento pubblicitario. Anche l’arte ormai è asservita a questo sistema, l’arte è merce, come tutto il resto.

L’idea di essere stati sconfitti socialmente e l’angoscia che ne viene, sono allontanate da questa illusione di libertà, che tutti noi condividiamo, la libertà di poter comprare quello che ci pare, di poter cambiare look ogni volta che vogliamo.

Si tratta di innumerevoli valvole di sfogo (il calcio di regime è una di queste) che ci impedisce di vedere quale è veramente il problema.

Così accade che un gruppo di persone ristretto, controlla la vita, le esigenze, i desideri e i bisogni della maggioranza schiacciante. Una schiavitù ben dissimulata, per mantenere la quale è necessario non lasciare tempo, tempo per pensare.

Anche la scuola si sta trasformando e sta assumendo caratteristiche,che la fanno somigliare sempre più ad un’impresa, piuttosto che ad un luogo in cui venga fortificato il desiderio di conoscenza e le coscienze dei futuri cittadini. La legge 107 voluta da Renzi va in questa direzione, è il perfetto prodotto di una deriva, in cui il tempo e l’identità degli individui vanno asservite ai bisogni della grande finanza.

Senza troppe perifrasi, il tuo libro è una denuncia contro il capitalismo, foriero di malessere psicologico e disagio materiale per i più; quale potrebbe essere un modello politico – economico alternativo percorribile?

Non credo di avere lo spessore culturale per potere tracciare in modo preciso i termini una società più giusta. Ciò che viene delineato sommariamente come possibilità di un mondo migliore, oltre le ante degli armadi, somiglia vagamente all’idea anarchica di una società basata sulla scambio, sulla messa in comune delle proprie capacità di lavoro e produttive. Ovviamente ottenuta tramite un’opposizione pacifica sebbene ferma e risoluta.

Ci sono degli esperimenti interessanti in corso nel mondo; penso ai gruppi di acquisto, alle banche delle ore, che sono basate sulla messa a disposizione del proprio tempo e di ciò che si è capaci di fare in cambio di altri servizi e prodotti, messi a disposizione da altri. Tutto ciò comporta un cambiamento della relazione con i bisogni primari.

Oggi per avere una casa, devi vendere una parte della tua vita alle banche che sono tra le entità più pervasive e oppressive presenti sulla terra, oppure devi pagare un pizzo mensile, sempre esagerato, per potere avere un tetto sulla testa, cosa che dovrebbe spettarti di diritto e fuori dai meccanismi perversi del mercato.

Adesso, con la privatizzazione dell’acqua, delle scuole, degli ospedali, si cerca di andare in direzione della mercificazione di tutti i beni primari, un enorme affare per la grande finanza, ma un abisso senza fine per quelli come noi che vivono di stipendi normali (io sono un insegnate di scuola primari, peraltro profondamente felice del suo lavoro).

Oltre le ante degli armadi, prende corpo anche una scuola diversa, una scuola il cui obiettivo sia formare dei cittadini critici, capaci di esprimersi chiaramente, curiosi, amanti della scienza e dell’arte, attivi, altruisti, consapevoli dei propri diritti e capaci di lottare per preservarli e per migliorare la loro esistenza insieme agli altri.

Gli umani che prendono a vivere negli armadi (sorta di porte verso una vita più dignitosa e “piena”) paiono rilassati, felici e solidali: pensi che la condivisione, anche del poco, sia la chiave autentica del benessere nel senso più spirituale del termine?

Vivendo a Napoli e prima ancora a Palermo e lavorando in quartieri difficili, mi sono reso conto che la società dei desideri, dell’istillazione di bisogni non necessari, crea situazioni di tensione e di invidia diffusa, crea il bisogno di avere altro anche quando si ha tutto ciò che necessita per vivere. E’ insito nella legge del mercato, che per potere far soldi, bisogna creare bisogni.

Ci sono dei laboratori di ricerca appositi che creano e progettano nuovi bisogni da iniettare, letteralmente, nella coscienza degli individui. Basta guardare un minuto di pubblicità rivolta ai bambini, per capire in cosa consiste questo inquinamento e questa deformazione antropologica alla quale tutti noi siamo sottoposti.

Come reagire a questo sistematico impoverimento dello spirito?

Alexander Langer parlava della condivisione, come uno dei possibili strumenti per attutire questa corsa sfrenata verso il possesso, che ci porta ad invidiare chi ha più di noi e a desiderare di diventare come lui (penso che la maggior parte delle persona abbia votato Berlusconi non per gli ideali che rappresenta, non rappresentando egli alcuna cosa degna di questo nome, ma per ciò che egli ha. Il sogno che li muove è di potere un giorno diventare come lui o quantomeno di far parte di quel mondo assurdo deformato e immorale dal quale purtroppo adesso proviene buona parte del dirigenza del nostro paese e dell’Europa intera). 

Siamo gonfi di ambizioni che ci fanno perdere di vista le ragioni primarie per cui varrebbe la pena vivere e per appagare queste ambizioni dobbiamo bruciare tutto il nostro tempo. La soluzione forse, allora, consiste nel rallentare, nell’occuparci di noi stessi e di chi ci sta intorno e dei nostri bisogni primari tra i quali io metterei: leggere, studiare e conoscere le cose del mondo.

E per procurarci quello che ci serve, solo quello che ci serve, avremmo bisogno sicuramente di molto meno tempo dedicato a produrre, e questo nuovo tempo disponibile potrebbe essere impiegato non per fare soldi o per tappare i buchi e le voragini create da un sistema che si risucchia quel poco che guadagniamo lavorando, ma per stare nel mondo, tra le cose e tra gli altri per conoscerle, guardarle, finalmente, senza fretta.

Ciò che va capitalizzato, reso merce di scambio quotidianamente, è l’umanità, che è un bene del quale tutti, veramente tutti disponiamo, anche chi adesso la usa male, per interessi propri, contro gli altri o per pura rassegnazione alla deriva del mondo.

Stai lavorando a qualcos’altro, e di altrettanto ispirato ed ispirante?

Sto scrivendo un racconto che parla di un ragazzo che sente i pensieri della gente che gli sta intorno, e restituisce ciò che sente in forme di narrazione che permettono a chi è disposto ad ascoltarle di viaggiare e di vedere altri mondi.

E’ considerato una specie di scemo del villaggio dalle cui parole e dal cui sguardo, però, la maggior parte delle persone cerca di proteggersi perché capaci di disvelare cose che è preferibile nascondere a se stessi e agli altri.

Dopo essere stato rifiutato da una ragazza che corteggiava senza speranza, costruisce, dopo diversi tentativi falliti, un meccanismo meraviglioso che gli permette creare un figlio da solo, un figlio in onda che può apparire in qualsiasi schermo televisivo collegato alla rete. Un altro se stesso che si muove per i canali, delibatore di amicizia e di doni.

E’ la storia di un diverso, quindi, che apre altre vie, incapace com’è di distinguere i sogni dalla realtà, ma capace com’è di organizzare in forme nuove e straordinarie tutto questo.

Il luogo in cui è ambientata la storia sono i Quartieri Spagnoli, dove ho vissuto per tre anni.

Grazie alla gentilezza dell’autore, e in bocca al lupo!

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