I gatti negli armadi

gatti-bellissimiIl volume di Oreste Brondo, I gatti negli armadi, è senz’altro fra i più notevoli sottopostici negli ultimi tempi.

La vicenda, apparentemente leggera e persino puerile nei protagonisti (un gruppo di gatti, retti da un sovrano, che escono nottetempo dalle ante degli armadi, con finalità maieutiche e toni proselitistici), si rivela, man mano che gli occhi scorrono le righe, sempre più screziata di venature socio-psicologiche, a conferirle un’aura ben più ampia di quella del semplice romanzo di fantasia.

A tratti, sembra di leggere la leggiadria del Marcovaldo di Calvino, con gli azzardi onirici e talora grotteschi di alcuni passaggi de Il Barone rampante e de Il Cavaliere inesistente: con Calvino, l’autore condivide l’ironia omnipervasiva e delicata, allusiva e mai categorica che dissemina frequentemente e sapientemente nello scritto, conferendogli piacevolezza inusitata.

Il cavalier Baggiani, capitalista e dominus della città di Bagnamare, di fatto tiene in pugno tutti i suoi concittadini: essi lavorano nelle sue fabbriche, acquistano nei suoi negozi, frequentano le sue strutture ricreative; soprattutto, abitano in qualità di affittuari i suoi appartamenti.

Uscendo dagli armadi nottetempo e parlando con i bagnamaresi, i gatti instillano in essi una nuova, rivoluzionaria prospettiva di vita: “Negli armadi non avrete pigioni da pagare. Il resto potete sistemarlo a vostro piacimento, stare fuori e stare dentro o sparire per sempre, oppure niente di tutto questo”.

Così, nonostante i ripetuti tentativi di sabotaggio da parte del cavalier Baggiani, l’isola ecologica cittadina si trasforma in una distesa di armadi abitati ciascuno da una famiglia: l’armadio assurge a “porta” verso una realtà giusta ed equa, come ciascuno e tutti se la immaginano, in cui la produzione ed il consumo non tolgono spazio alla vita, “perché la vita chiede altro che affanni, prigioni e soffocanti dipendenze” e “i sogni sono messaggi, arrivano di notte e certe volte sono più veri della verità”.

Quello che Oreste Brondo sembra affermare è la riscoperta del sogno come ratio di vita, il trionfo dell’incerto sulla certezza, l’apoteosi del colore della gioia di vivere sul grigiore avvilente della routine indotta dalla massificazione capitalistica: sono la bellezza, l’allegria, l’armonia fra gli umani e la natura le chiavi di una vita vera, buona e piena.

Una storia bellissima, con un finale illuminante.

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