Intervista a Ivan Tabanelli

Dopo aver letto e recensito il suo libro, Il mondo che non muore, l’autore ha risposto così alle nostre domande.

Scrivere poesie è sempre impresa ardua, entrando in gioco la parte dell’anima più recondita e celata di ciascuno. Da cosa nasce l’esigenza di mettersi in gioco ed “aprirsi” all’altrui lettura?

Come nasce la poesia è impresa ardua da descrivere. È qualcosa che riguarda quella che comunemente viene chiamata ispirazione, ammesso che esista, e di cui nessuno sa darne spiegazione o definizione. Non tanto perché si tratta di un impulso astratto, quanto piuttosto perché riguarda qualcosa che è dentro noi stessi e che noi stessi non capiamo. La poesia dunque – e quindi anche la mia poesia – nasce dai costanti interrogativi che la vita ci impone e a cui non siamo in grado di dare risposta, ma solo di avvicinarci, coglierne le sfumature, senza palesarla ma solo evocandola. La forma poetica non si esprime mai completamente, ma ci avvicina al segreto che è in noi.

Le poesie in questione paiono appartenere ad un periodo specifico della tua vita, ad un amore che prima lega e poi slaccia: senti di esser riuscito nell’intento catartico di alienare da quest’emozione, per guardarla dall’esterno ed in qualche modo oggettivarla?

La poesia, che deriva dal greco poiesis e significa “creazione”, è un moto interiore del poeta che utilizza lo strumento della lingua, della parola. Già di per sé, utilizzando il linguaggio per descrivere un’emozione – o più emozioni – rimane qualcosa di non detto, ma che la parola può solo richiamare e invocare.

L’amore, forse il più nobile dei sentimenti (senza alludere a una gerarchia dei sentimenti) è da sempre cantato da scrittori e poeti. Nel mio caso, la parola poetica che riguarda l’amore nasce e sfocia in una sfera intimista e personale, in una sorta di cortocircuito sentimentale che a guardarlo da fuori, da lontano, può apparire – appunto – un cortocircuito, un abbaglio, un doloroso malinteso.

Ma nell’amore, quello vero, più profondo e autentico ci sono tante cose, non c’è solo l’oggetto o il soggetto del nostro amore. Quando ci innamoriamo portiamo dentro di noi le nostre debolezze, i bisogni di cui non siamo consapevoli. Per questo sentiamo il bisogno di scrivere, di dire.

La poesia è l’arte della metafora, dell’allusione e dell’illusione per eccellenza: quanto credi che i tuoi scritti rispecchino tale essenza profonda?

Ungaretti una volta ha detto: “la poesia è poesia quando porta in sé un segreto”. E cos’è questo segreto non ci è dato sapere – è un segreto appunto – ma che subito in grado di riconoscere quando leggiamo o ascoltiamo una poesia. La potenza e la magia della parole poetica risiede proprio nel fatto di non riuscire a dire tutto, ed è da questa incompletezza che i lettori riescono a intravedere e intuire qualcosa: vi è un carattere attivo del fare poetico, la rivendicazione della parola sull’azione. Anche nelle mie poesie credo vi sia la centralità della parola. Ma una parola che nasce da un’esperienza, che fonda le sue radici nel reale, per costruirvi attorno un universo di percezioni. Mi interessa la condizione dell’uomo, ed è questa che mi preme indagare.

Il mondo (psico-emotivo, più che fisico) che delinei è reso con un lessico semplice e più che mai calzante: la poesia è dunque per te semplicità, purezza espressiva? E, se sì, detta semplicità è nel tuo caso frutto di sapiente laborlimae o piuttosto di spontaneità e “naturalezza”?

Io parto sempre dalla realtà che mi circonda, da qualcosa di concreto. La mia poesia non esprime l’artificio e l’eccezionalità, ma piuttosto vive di un costante rapporto con il reale e il comune, pur senza palesarlo, ma solo evocandolo. Tutto questo si rispecchia inevitabilmente anche nel linguaggio, mai costruito e privo di sovrastrutture. Dopo le prime stesure, però, opero un continuo e puntiglioso lavoro di “avvicinamento” alla forma che sento più mia e che percepisco come maggiormente evocativa. È un’operazione che può richiedere anche alcuni mesi, anche solo per mettere o togliere un segno di punteggiatura o una parola.

La delicatezza e la sensibilità che permeano i tuoi versi fanno pensare alla poesia come a qualcosa che blandisce, che accarezza, anche quando c’è malinconia. È dunque questo poesia, per te: sfumatura, tensione inappagata più spesso che nitidezza e perentorietà?

La poesia porta inevitabilmente qualcosa di non detto: a me più di tutto interessa questo, gli spazi vuoti, i silenzi, le sfumature. Perché è in questi confini che non si palesano, nelle imperfezioni, che c’è l’autenticità di una vita, di mille vite. L’autenticità non abita la perfezione, semmai l’opposto. E anche nella poesia cerco di seguire questo filo conduttore: cercare di non mettere limiti, né recinti e andare lontano, direi oltre, la percezione del reale.

Si nota nei versi un’attenzione alla sillabazione, all’assonanza, in alcuni punti alla rima, che pochi altri riscontri trova negli autori contemporanei. Credi che tali accortezze siano qualificanti per chi oggi scrive poesie?

Un elemento che trovo imprescindibile e necessario nella poesia è la musicalità. La parola deve scorrere, scivolare agevolmente, evocare con il suono qualcosa che solo nel suono non può esprimersi.

Il concetto di “musicalità” della poesia è introdotto come tema centrale nel XIX secolo. È la lirica simbolista francese – in particolare con Mallarmé – a individuare in essa l’essenza della poesia, ciò che la distingue dalla prosa e dalla comunicazione ordinaria. Un concetto che caratterizza poi molta poesia del Novecento. Ma sarà T. S. Eliot, a mio avviso, a fare la più giusta e necessaria precisazione: “La musica della poesia non esiste indipendentemente dal significato; altrimenti potrebbe esservi una poesia di grande bellezza musicale ma priva di senso, come non mi è mai accaduto di leggere”.

Io, nelle mie poesie, cerco di combinare questi due elementi, senza sottovalutare il carattere di uno senza l’altro. La poesia riunisce due arti in una: è visiva perché dipinge immagini, ma è anche musicale.

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