Intervista a Maria Lidia Petrulli

A seguito della nostra recensione, abbiamo intervistato l’autrice del libro Emilie Sanslieu, Maria Lidia Petrulli.

Cara Maria Lidia, come nasce l’idea di un racconto per bambini?

Non ti so spiegare come sia effettivamente nata l’idea di scrivere Emilie Sanslieu. Ho cominciato a pensare al mondo dei più piccoli e degli adolescenti e a come potevo far passare dei messaggi che ritengo importanti e, a volte, mancanti, nel tipo di educazione o intrattenimento che i bambini ricevono. Sappiamo quanto sia comune che oggi bambini e adolescenti restino soli, davanti alla televisione oppure a un pc. Quanto minore sia, rispetto ai tempi passati, la possibilità di giocare e avere scambi con i propri coetanei. E con gli stessi adulti. La direzione presa dalla società attuale li porta a vivere una solitudine sempre maggiore, per cui tanti messaggi come la solidarietà, l’amicizia, la collaborazione, non passano, oppure sono troppo blandi perché siano recepiti dalla mentalità di un bambino o di un adolescente. Inoltre, credo che un ruolo importante lo abbia giocato la mia infanzia, trascorsa a immaginare avventure fra le stelle con ipotetici amici, ed è dai miei ricordi che, progressivamente, il mondo di Emilie Sanslieu ha cominciato a prendere forma. Poi si sa, quando inizi a scrivere, i personaggi ti portano dove non avevi immaginato di andare.

A tratti, il tuo romanzo sembra una favola. Ti sei ispirata a qualche lettura in particolare?

Se per favola intendi la magia, io credo che esista davvero. Una magia che fa parte del nostro essere e che viene rinnegata perché considerata pura illusione, utopia, qualcosa su cui non si debba sprecare il proprio tempo. Si deve scrivere di situazioni cosiddette reali oppure sono considerate sciocchezze, dimenticando che il mito e la fiaba sono stati le prime forme di letteratura dell’umanità, e che fanno parte del linguaggio onirico, quello de i sogni, che nessuno, neppure il materialista più incallito, può rinnegare. Durante la prima presentazione di Emilie Sanslieu, lo scorso 9 novembre 2014, alla fiera della micro editoria di Chiari, una mamma ammise di essere preoccupata per la propria figlioletta, una bambina di circa dieci anni, perché le maestre le dicevano che aveva troppa fantasia e non abbastanza i piedi per terra: la fantasia, per definizione, è uno degli strumenti dell’intelligenza e del problem solving. Comunque, per tornare alla tua domanda, non credo di essermi ispirata a una storia in particolare, piuttosto a tante letture, poiché sono sempre stata, da bambina come oggi, un’accanita lettrice. Non importa il genere, purché il testo sia buono. Mi sono sicuramente ispirata, però, alle mie fantasie infantili, quando viaggiavo per le strade del mio personale universo.

Cosa si prova a raccontare la vita di una bambina di undici anni come Emilie?

All’inizio ho incontrato qualche difficoltà, soprattutto a causa del linguaggio da usare, che doveva essere molto diverso da quello impiegato negli altri romanzi che avevo già pubblicato e che erano rivolti a un pubblico adulto. Poi, a mano a mano che la storia e i personaggi prendevano vita, ho cominciato a divertirmi, a calarmi nei panni di una bambina di 11 anni e a indovinarne fantasie e desideri: in fondo non è tanto difficile, è sufficiente non dimenticare che siamo stati bambini anche noi.

La dolcezza del tuo racconto è particolare: credi sia possibile, attraverso questa lettura, offrire una sorta di umanizzazione a chi la legge?

È esattamente quel che intendevo fare quando ho scritto il romanzo. Dare valori, presentare le cose come potrebbero essere, non solo nella fantasia. L’umanizzazione passa attraverso concetti come l’amore e l’amicizia, attraverso la comprensione che, il mondo degli adulti e quello dei più giovani, non devono essere necessariamente in contrapposizione, ma che possono fondersi e collaborare, ciascuno con il proprio ruolo. Ecco perché anche gli adulti hanno una parte essenziale nella storia, in questa come nei romanzi a venire, dato che ho quasi finito di scrivere il secondo volume: Emilie Sanslieu Nella Costellazione del Drago. Credo che lo scopo della letteratura sia questo, umanizzare, aprire porte e finestre, fornire nuovi punti di vista. Si può fare col gioco, la fantasia, o con tanti altri strumenti, naturalmente secondo l’età del lettore.

È possibile credere ancora alla magia delle favole?

La favola è una realtà camuffata, è universale, come il linguaggio del sogno, parla direttamente all’inconscio e permette facilmente al lettore di identificarsi con i personaggi. La sua magia è la nostra, la scoperta di quanto possiamo creare e cambiare se solo crediamo di poterlo fare. È questa la nostra magia, se non ci fosse, la realtà diverrebbe uno stagno dove niente si muove. Pensiamo al successo mondiale della magia di Harry Potter. Il mondo, la realtà, tutti noi abbiamo bisogno della magia, della speranza che possiamo fare qualcosa per cambiare quel che non ci piace della realtà che ci circonda. La magia è il potere del cambiamento.

Nel libro “La bambina che voleva essere trasparente”, affronti tanti argomenti. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere a chi lo legge?

Essendo un’antologia, sono diversi i messaggi che volevo esprimere. Le realtà, anche le più crude, viste attraverso lo sguardo di un bambino, quel che un bimbo può provare davanti all’assurdità delle motivazioni che spesso muovono il mondo degli adulti e le situazioni da loro stessi create. Un bambino di fronte alla morte di un genitore, alla violenza gratuita e alla guerra, la sua sofferenza e i metodi cui ricorre per sfuggire a qualcosa che gli fa paura. E di fronte alla quale si sente impotente. Non solo, ho voluto rappresentare il conflitto arabo-israeliano sotto una luce diversa: l’amore fra due giovani, le ingiustizie da entrambi subite, il legame creato dall’arte che non conosce diversità di razza o religione. Ho voluto anche rappresentare la realtà di giovani abbandonati a se stessi dalla famiglia, chi per malattia chi perché frutto di una violenza, storie con cui ho dovuto confrontarmi da quando lavoro in Francia, in una realtà che da noi non esiste. I messaggi sono comunque sempre positivi. L’amore, l’amicizia, devono prevalere perché, se non abbiamo questa speranza, forse non vale neppure la pena di vivere.

Sempre nel medesimo libro, parli della musica come arte che non conosce discriminazione razziale. Credi che anche la scrittura abbia questo potere?

Credo che tutte le arti lo abbiano, semplicemente la musica è più immediata della scrittura, non ha bisogno di essere decifrata, possiede un linguaggio universale che appartiene a tutti, un po’ come la pittura. La scrittura necessita che se ne comprenda la lingua, la musica è armonia che passa direttamente dal cervello al cuore. La musica unisce, è quel che accade in qualsiasi concerto, quando ci si sente un corpo unico con chi ci circonda. È più difficile provare emozioni equivalenti quando, per esempio, si partecipa a delle serate letterarie. La musica ha un potere, una magia, che agiscono senza bisogno di intermediari. Non è individualista ma popolare, la musica è unione e comunione. Istantanea.

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